23/05/2011

Grasso ad Alfano: volete dialogare con la magistratura? Allora basta schiaffi

Grasso ad Alfano: volete dialogare con la magistratura? Allora basta schiaffi

AL CONVEGNO PER FALCONE E BORSELLINO. Per il procuratore antimafia «ci trattate come un cancro da debellare». Alfano: «Autonomia giudici garantita»

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19/04/2011

«Lassini si ritiri», il Pdl lo scarica

«Lassini si ritiri», il Pdl lo scarica

La lettera del coordinatore Mantovani: Necessaria una riflessione politica. La Moratti: incompatibile con la mia candidatura. Schifani: «Prendere le distanza senza se e senza ma»

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05/04/2011

Napolitano alle toghe: «Autonomia e indipendenza, principi inderogabili»

Napolitano alle toghe: «Autonomia e indipendenza, principi inderogabili»

E a Palazzo Chigi: «Ancora atteso il testo della legge». Bossi: «Appello giusto». Il capo dello Stato: «Confronto senza pregiudiziali sulla riforma, ma sia rispettata la divisione dei poteri»

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10/03/2011

Riforma della giustizia, sì dal governo Il premier: «In aula avrò soddisfazione»

Riforma della giustizia, sì dal governo Il premier: «In aula avrò soddisfazione»

Applausi per alfano dagli altri ministri. Di Pietro: «Nemmeno degna del peggior SUdafrica». Il Consiglio dei ministri ha approvato all'unanimità il testo. Berlusconi: «È nell'interesse di tutti»

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28/01/2011

Berlusconi ai suoi: no a Stato di polizia Ma la Procura insiste: via al processo

Berlusconi ai suoi: no a Stato di polizia Ma la Procura insiste: via al processo

Il premier suona la carica: «Non facciamoci demoralizzare. Santoro fazioso, intervenga Romani»

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03/06/2010

Manovra, i magistrati scioperano Il premier: leale lavoro con Tremonti

Manovra, i magistrati scioperano Il premier: leale lavoro con Tremonti

Sarà il comitato direttivo centrale a decidere le modalità della protesta. Un «pacchetto» di due giorni deciso dalla giunta dell'Anm, su tempi e modi si decide sabato

 

Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Ansa)
Luca Palamara, presidente dell'Associazione nazionale magistrati (Ansa)

ROMA - Magistrati sul piede di guerra contro la manovra. Tutte le toghe sciopereranno contro gli effetti del provvedimento varato dal governo, che contiene misure considerate «ingiustamente punitive». Lo ha deciso la giunta dell’Associazione nazionale magistrati. Tempi e modalità dell’astensione dal lavoro dei magistrati saranno decisi sabato dal «parlamentino» del sindacato delle toghe. Il «pacchetto» che i vertici dell’Anm proporranno al comitato direttivo centrale prevede anche giornate di protesta e mobilitazione con «sospensione delle attività di supplenza». E mentre le toghe promettono battaglia contro la manovra, una nota di Palazzo Chigi, sempre sulla manovra, prova a sgomberare il campo delle voci di possibili tensioni tra il premier e il ministro dell'Economia : «Fuori dai giochi e dagli intrighi di palazzo - si legge -, Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti hanno lavorato insieme e continueranno a lavorare insieme legati, oltre che dall'impegno di Governo, da una leale ed antica amicizia personale».

LA NOTA DI PALAZZO CHIGI - Nella nota di Palazzo Chigi in cui si afferma che il presidente del Consiglio sta lavorando con il ministro dell'Economia su due punti essenziali: la «manovra di stabilizzazione finanziaria» e «su ciò che è necessario e possibile per rendere il nostro Paese competitivo sulla crescita, a partire da un grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche». Quanto alla manovra, aggiunge la nota, è basata «sull'impegno europeo e poi sviluppata attraverso un comune e intenso lavoro di preparazione. Nell'ambito di una grave crisi finanziaria, la più grave nel mondo dopo quella del 1929, il Governo Berlusconi è fermamente convinto di avere fatto la cosa giusta, nel tempo giusto, nell'interesse dell'Italia. Il Governo - si legge ancora - la presenterà in Parlamento forte delle sue convinzioni, certo del senso di responsabilità della sua maggioranza».

«SIAMO RISORSA, NON SPRECO» - «I magistrati - si legge d'altra parte in una nota dell'Anm - sono consapevoli della crisi economica in cui versa il Paese e non intendono sottrarsi al loro dovere di cittadini e di contribuenti, ma devono denunciare che le misure approvate dal governo sono ingiustamente punitive nei loro confronti e di tutto il settore pubblico. È inaccettabile essere considerati non una risorsa, ma un costo o addirittura uno spreco per la giustizia».

«EVASORI SALVI» - Questa manovra, afferma ancora l'Anm, «incide unicamente sul pubblico impiego, senza colpire gli evasori fiscali, già beneficiati da numerosi condoni, i patrimoni illeciti, le grandi rendite e le ricchezze del settore privato; paralizza l'intero sistema giudiziario e scredita e mortifica il personale amministrativo; svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l'indipendenza e l'autonomia della magistratura; incide in misura rilevante sulle retribuzioni dei magistrati nella prima fase della carriera, soprattutto dei più giovani che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30 per cento. Questo significherà allontanare i giovani dalla magistratura». Inoltre, secondo l'Anm, la manovra «colpisce in maniera iniqua, indiscriminata e casuale. Ad esempio, un pubblico dipendente magistrato o altro funzionario, con uno stipendio lordo di 150.000 euro subirà un taglio di stipendio di 3.000 euro lordi l'anno (cioè il 2% dello stipendio), mentre un magistrato di prima nomina con uno stipendio lordo di circa 40.000 euro subirà tagli complessivi per circa 10.000 euro lordi l'anno, circa il 25% dello stipendio». L'Anm chiede al governo, «interventi strutturali che consentirebbero di ridurre le spese nel settore giustizia e di recuperare risorse per lo Stato, secondo le proposte più volte avanzate dalla magistratura associata: la soppressione dei piccoli Tribunali, delle sezioni distaccate di Tribunale e della metá degli Uffici del Giudice di pace; misure che consentirebbero di risparmiare, a regime, decine di milioni di euro».

Redazione online


30/01/2010

Toghe, il giorno della protesta

Toghe, il giorno della protesta

 

LA CERIMONIA DELL'ANNO GIUDIZIARIO nelle ventisei sedi italiane di Corte d'appello. I magistrati decidono di lasciare le aule con la Costituzione in mano. Ma non all’Aquila

 

MILANO - Ieri la Cassazione, oggi le 26 Corti di Appello. Si completa la tradizionale due giorni di cerimonia che apre il nuovo anno giudiziario in Italia. E protagonista, ancora una volta, non sarà solo la relazione di procuratori generali e presidenti delle Corti del Belpaese ma anche la protesta dell’Associazione nazionale magistrati. Una protesta che anche quest’anno l’Anm intende manifestare con clamore, per palesare a tutti il «disagio» di fronte a iniziative giudiziarie di governo e maggioranza bollate come «distruttive» della giustizia, mentre mancano interventi per assicurare che il sistema funzioni con efficienza.

SEDIE VUOTE - E per dire basta ad «insulti e aggressioni», a cominciare da quelli del presidente del Consiglio. Come è scritto nel documento della Magistratura associata. I giudici iscritti all'Anm saranno presenti alle cerimonie con indosso la toga e con in mano una copia della Costituzione. Ma dalle aule di Giustizia i magistrati usciranno in massa per protesta quando prenderà la parola il rappresentante del governo. Non è successo ieri in Cassazione, presenti Napolitano e Berlusconi, per rispetto alle massime Istituzioni e ai doveri costituzionali di lealtà fra Istituzioni. E non succederà, unico caso, oggi all’Aquila dove a prendere la parola è il Guardasigilli Angelino Alfano. Una distinzione, quest’ultima, decisa in segno di rispetto per una regione e un palazzo di Giustizia così dolorosamente colpiti dal terremoto.

«PROCESSO BREVE? SI', MA...» - Intanto però arrivano nuove aperture al processo breve, seppure con tutta una serie di distinguo. Il presidente facente funzione della Corte d'Appello di Milano, Ruggero Pesce, spiega ad esempio nella ua relazione che «è un ottimo intendimento, ma se lo si attuasse senza la preventiva realizzazione dei presupposti strutturali, normativi e finanziari, si offrirebbe solo il fianco a dure polemiche, come si è visto». Per il magistrato, quindi, attuare una riforma come quella del processo breve senza mezzi «sarebbe come chiedere a un malato di guarire semplicemente imponendoglielo per regolamento». «È consolante che la politica si sia finalmente accorta dell'inefficienza del sistema Giustizia e che abbia assunto concrete iniziative per velocizzare il processo civile e penale - fa invece notare il presidente della Corte d'appello di Palermo, Vincenzo Oliveri -. È sconfortante invece che queste iniziative si muovano su uno scenario di scontro istituzionale, in un clima avvelenato, caratterizzato da ripetuti e scomposti attacchi ai giudici».

MESSINA E IL «PIZZO» - Quando ai dati sull'attività svolta, da Messina viene lanciato un allarme: siamo la città più cara d'Italia, a parità di paniere di spesa. Nicolò Fazio, primo presidente della Corte di Appello, spiega la sua analisi motivandola con il pizzo diffuso imposto dalla criminalità organizzata . «Il taglieggiamento -ha spiegato Fazio - rappresenta un costo aggiuntivo che si trasferisce sui consumatori e nel contempo disincentiva la creazione di nuove imprese e il potenziamento di quelle esistenti».

IL TUMORE DEL CIVILE - Nella Capitale, invece, «la giustizia civile continua a restare la più malconcia. Mortificata da un enorme mole di arretrato, si trova da anni in uno stato di grave e profonda crisi che sta sfociando in una vera e propria paralisi della relativa attività, che nuoce agli interessi dei cittadini». Non usa mezzi termini, Giorgio Santacroce, presidente della corte d'appello di Roma, quando nella sua relazione sullo stato della giustizia nel distretto di Roma e Lazio, afferma che «il contenzioso civile si estende in modo quasi tumorale perchè c'è un incremento della domanda di giustizia, che è spesso frutto di uno spiritio litigioso schizofrenico e incontrollato, strumentale e dilatorio».

 

Redazione Online


09/09/2009

L'Anm: «Berlusconi delegittima i pm»

L'Anm: «Berlusconi delegittima i pm»

 

GIUSTIZIA. Il sindacato delle toghe dopo l'attacco alle Procure: «Colpisce i magistrati che combattono la mafia»

 

Silvio Berlusconi (Afp)
Silvio Berlusconi (Afp)

ROMA -La lotta alla mafia «non può tollerare infondate operazionidi delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa». L'Associazione nazionale magistrati (Anm) esprime perciò «indignazione» per le dichiarazioni «inaccettabili» del Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sulle procure di Milano e Palermo.

LOTTA ALLA MAFIA - «Ancora una volta l'onorevole Berlusconi - lamenta in un documento la giunta del sindacato delle toghe - definisce folli i magistrati che hanno come unica responsabilità quella di esercitare le loro funzioni al servizio del Paese, senza condizionamenti». «È del tutto inaccettabile - sottolinea l'Anm - che il Capo del Governo affermi che i magistrati impegnati in indagini difficilissime su fatti tra i più gravi della storia del nostro paese, quali le stragi mafiose dei primi anni '90, sprecano i soldi dei contribuenti. Come se non fosse interesse di tutti fare piena luce, e con ogni mezzo, su vicende gravissime che presentano aspetti ancora oscuri». «La lotta alla mafia, che il Governo in carica dichiara spesso di voler perseguire con ogni mezzo - prosegue il documento - richiede un impegno corale di tutte le istituzioni e non può tollerare infondate operazioni di delegittimazione dei magistrati e delle forze dell'ordine, esposti in prima linea nell'azione di contrasto alla criminalità mafiosa». A loro l'Anm esprime «il pieno sostegno e la convinta solidarietà della magistratura italiana»


09/01/2009

Alfano : «Trasferire sette magistrati di Salerno e Catanzaro»

Alfano : «Trasferire sette magistrati di Salerno e Catanzaro»

Per il capo della procura salernitana chiesta la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, protagonisti di un aspro scontro sull'inchiesta «Why Not», il mese scorso

 

Il ministro della Giustizia Angelino Alfano (Foto Afp)
Il ministro della Giustizia Angelino Alfano
 
 
 
ROMA - Il ministro della giustizia Angelino Alfano ha chiesto che sei magistrati di Salerno e Catanzaro -- protagonisti di un aspro scontro sull'inchiesta «Why Not», il mese scorso - vengano trasferiti di sede e di funzione e che il capo della procura di Salerno, Luigi Apicella, venga sospeso dalle funzioni e dallo stipendio. Lo hanno riferito oggi fonti del Ministero della Giustizia precisando che la richiesta di Alfano, in via d'urgenza, verrà inviata alla sezione disciplinare del Csm, convocata per domani, che dovrà decidere sulla precedente richiesta del pg della Cassazione di trasferire ad altra sede e ad altre funzioni il solo Apicella.

LA VICENDA - Il mese scorso le procure di Catanzaro e Salerno sono state protagoniste di una contesa sulle perquisizioni e il sequestro degli atti dell'inchiesta «Why not» avocata al pm Luigi de Magistris. Lo scontro tra i due uffici si è aperto dopo che la procura di Salerno ha disposto il sequestro degli atti dell'inchiesta «Why Not», e iscritto nel registro degli indagati diversi magistrati calabresi, che sono stati anche perquisiti. Uno dei pm di Catanzaro ha denunciato di essere stato denudato. Due giorni dopo, la procura di Catanzaro ha proceduto a un atto di controsequestro e indagato sette pm salernitani per abuso d'ufficio. I magistrati delle due procure hanno già detto di avere la coscienza a posto sul come sono andati i fatti. L'indagine salernitana è scaturita da una denuncia dello stesso De Magistris su presunti illeciti nella procedura con la quale gli sono state avocate le inchieste «Why Not» e "Poseidone", in cui erano indagati anche alcuni politici.

 


17/11/2008

Se i giudici si danno l'aumento da soli

Se i giudici si danno l'aumento da soli

Il secondo lavoro delle toghe. Il caso degli arbitrati: un emendamento del Pdl fa tornare la «giustizia parallela» dove lo Stato perde

 

 

 

Più «amanti» per tutti. Ricordate come il giudice Aldo Quartulli definì gli arbitrati, che consentono ai magistrati amministrativi di guadagnare soldi extra? «Le sentenze sono la moglie, gli incarichi l'amante». Bene: dopo essere stati più volte aboliti e ripristinati, stanno per tornare alla grande. Grazie a un emendamento che andrà in discussione proprio martedì. Il cuore dell'emendamento, firmato da tre senatori del Pdl, Massimo Baldini, Valter Zanetta e Luigi Grillo (il presidente della commissione Lavori pubblici del Senato rinviato a giudizio per concorso in aggiotaggio per i suoi rapporti con Giampiero Fiorani) è racchiuso in una sola riga: «Sono abrogati i commi 19, 20, 21 e 22 dell'articolo 3 della legge 24 dicembre 2007, n. 244». Arabo, per i non addetti ai lavori. Ma l'obiettivo è chiaro: vengono abolite le norme introdotte nell'ultima finanziaria del governo Prodi che vietavano alle pubbliche amministrazioni, senza eccezioni, di stipulare contratti contenenti la clausola del ricorso all'arbitrato in caso di disaccordo. Pena, l'intervento della Corte dei conti e pesanti sanzioni.

Riassumiamo? Gli arbitrati (aboliti dal governo Ciampi, ripristinati da Berlusconi, ri-aboliti da Dini e via così…) sono una specie di corsia preferenziale parallela alle cause civili. Se l'ente pubblico che ha commissionato un lavoro e chi quel lavoro lo ha eseguito vanno a litigare sui soldi, possono chiedere che a stabilire le ragioni e i torti non sia la lentissima giustizia civile ma una specie di giurì. Un arbitro lo nomina un litigante, uno quell'altro e i due insieme nominano il presidente. Niente di male, apparentemente. Se non fosse per due nodi. Primo: gli «arbitri» sono spesso giudici chiamati a decidere «privatamente » su cose che a volte toccano lo stesso Comune, la stessa Provincia, la stessa Regione o lo stesso Ministero su cui possono essere delegati a decidere nelle vesti di membri dei Tar o del Consiglio di Stato. Secondo nodo: stando ai dati del presidente dell'Autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Luigi Giampaolino, lo Stato (guarda coincidenza…) perde sempre. O quasi sempre: in 279 arbitrati in due anni tra il luglio 2005 e il giugno 2007, ha vinto appena 15 volte. Sconfitto nel 94,6% dei casi, ha dovuto pagare alle imprese private 715 milioni di euro. Pari al costo del Passante di Mestre.

Va da sé che, oltre ai privati, hanno esultato gli arbitri. Che si sono messi in tasca, euro più euro meno, una cinquantina di milioni. Una cosa «indecorosa», diceva un tempo Franco Frattini invocando «l'incompatibilità totale fra lavoro istituzionale dei giudici e altri incarichi ». «Inaccettabile», concorda il Csm che da anni non consente ai giudici civili e penali di accettare arbitrati. «Indecente», insiste Antonio Di Pietro, che più di tutti ha spinto, da ministro delle Infrastrutture, per mettere fine all'andazzo. Macché: di proroga in proroga, è rimasto tutto come prima. E il divieto assoluto di ricorrere all'arbitrato non è mai entrato, di fatto, in vigore. Peggio: l'emendamento Grillo- Baldini-Zanetta non si limita a ripristinare gli arbitrati. Va oltre. E stabilisce una specie di percorso automatico: o l'ente pubblico e l'impresa privata che vanno in lite si accordano entro un mese oppure, senza più le procedure di prima, si va dritti alla composizione arbitrale. E dato che in questi casi lo Stato perde quasi sempre, va da sé che questo potrebbe spingere perfino le amministrazioni più riluttanti, per non subire oltre il danno la beffa di dover pagare avvocati e spese processuali, a rassegnarsi alla «proposta di accordo bonario». Cioè alle richieste delle imprese. Coscienti di spazzare via tre lustri di tentativi di moralizzazione avviati da Carlo Azeglio Ciampi, gli autori dell'emendamento hanno sciolto nella pozione uno zuccherino: il dimezzamento dei compensi minimi e massimi dovuti agli arbitri. Evviva! Fermi tutti: salvo la possibilità di aumentare del 25% le parcelle «in merito alla eccezionale complessità delle questioni trattate, alla specifiche competenze utilizzate e all'effettivo lavoro svolto». E chi decide l'aumento? Gli arbitri stessi.

Non bastasse, la sconcertante manovra per rilanciare gli arbitrati mai aboliti arriva nella scia di altri due episodi, diciamo così, controversi, che riguardano gli stessi magistrati amministrativi, da sempre cooptati a decine in questo e quel governo, di sinistra o di destra, come capi di gabinetto o responsabili degli uffici legislativi. Incarichi che ricoprono continuando a progredire nella carriera giudiziaria come fossero quotidianamente presenti e cumulando i due stipendi. Il primo è la decisione di spostare la definizione delle norme che dovrebbero regolare gli incarichi pubblici. Abolito il tetto massimo di 289 mila euro fissato da Prodi, tetto che arginava alcuni stipendi stratosferici, il governo si era impegnato a fissare le nuove regole entro il 31 ottobre. Macché: tutto rinviato. Nel frattempo non solo tutto resta come prima, ma alcune società pubbliche come il Poligrafico, la Fincantieri o l'Anas hanno rimosso dai loro siti l'elenco delle consulenze e il loro importo, vale a dire uno dei fiori all'occhiello rivendicato sia dal vecchio governo di sinistra sia da Renato Brunetta. Ma la seconda «eccentricità» è forse ancora più curiosa. Riguarda un concorso. Erano in palio 29 posti di «referendario» (traduzione: giudice) nei Tar.

Presidente della Commissione: Pasquale De Lise, «aggiunto» del Consiglio di Stato e autore di una celebre battuta sugli arbitrati suoi: «Il guadagno legittimo di qualche soldo». Partecipanti: 415 candidati. Ammessi agli orali, svoltisi in queste settimane: 30. E chi c'è, tra questi promossi? Una è Paola Palmarini, docente alla Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze di cui tempo fa era rettore il marito, Vincenzo Fortunato, capo di gabinetto di Giulio Tremonti nonché membro del Consiglio di Presidenza, cioè dell'organo di autogoverno delegato a nominare le commissioni d'esame. Un'altra è Anna Corrado, moglie di Salvatore Mezzacapo, giudice dei Tar e lui stesso membro dell'organo di autogoverno che sceglie le commissioni. Il terzo è Enrico Mattei fratello del magistrato del Tar Fabio Mattei, ammesso agli orali (dopo essere stato inizialmente scartato), grazie a una sentenza del Tar Lombardia firmata da Pier Maria Piacentini, il quale non molto tempo prima aveva avuto dal già citato organo di autogoverno l'autorizzazione ad assumere un incarico molto ben remunerato «di studio e approfondimento dei problemi concernenti concessioni di valorizzazione dei beni demaniali». Incarico «conferito dal Direttore dell'Agenzia del Demanio ». Cioè dalle Finanze.

 


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