23/02/2010

«Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi»

«Io, manager tradita dall’azienda. Dopo il parto costretta a licenziarmi»

 

Stefania Boleso, 39 anni, dieci anni da responsabile marketing: ero pronta a mille sacrifici. Storia di una bocconiana. Convocata dal direttore appena rientrata: «Grazie, non ci servi più»

 

 

Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)
Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)

«Buongiorno dottoressa. Il direttore generale la aspetta nel suo ufficio». La voce della segretaria lasciava intuire un certo distacco. Strano. Torni dalla maternità, di solito i colleghi ti accolgono con un sorriso e mille domande. Come va la piccola? Piange? Come ti sei organizzata a casa? Stefania Boleso, 39 anni, marketing manager di Red Bull Italia (multinazionale austriaca presente in oltre 180 Paesi, ndr) non ha voluto ascoltare quel brivido di disagio. Come uno sportivo che si è preparato al meglio, dopo dieci mesi di maternità era stanca di immaginare la gara imminente. Baby sitter assunta a tempo pieno, marito pronto a dare una mano nelle emergenze: meglio scendere in campo e giocare. E allora via, dal capo. «Buongiorno Stefania. Scusa ma... Per motivi di costi la tua posizione non è più prevista». Tradotto: devi andartene. Con le buone o con le cattive. «Non dimenticherò mai quell’attimo — racconta adesso Stefania Boleso —. Erano le dieci del mattino del 30 settembre scorso. E’ stato come essere lasciata dal primo amore».

Una firma per cancellare oltre dieci anni di lavoro e un percorso professionale da manuale: laurea in Bocconi con 110, un anno e mezzo in una multinazionale americana (Sarah Lee) «per farmi le ossa» e poi l’ingresso in Red Bull quando il marchio in Italia era sconosciuto e la filiale tutta da costruire. Oggi la bibita è famosa anche nel nostro Paese. E l’azienda in Italia dà lavoro a 150 dipendenti. «Mi hanno fatto una proposta economica. Ho rifiutato—racconta oggi Boleso davanti a una tazza di caffè —. Ho deciso di tenere duro per orgoglio. Gestivo un budget di 18 milioni di euro ed ero il punto di riferimento di 28 persone: tutta l’area marketing. Durante la maternità ero sempre rimasta in contatto con l’azienda. Per dire, mia figlia doveva nascere il 25 dicembre e io il 18 ero a una riunione. A quel progetto ho dato l’anima. Invece l’azienda non mi ha nemmeno messa alla prova. Come si sono sbagliati. Io ci sarei riuscita a mettere insieme la famiglia con il lavoro. Avrei dato il sangue pur di farcela».

Dopo il «gran rifiuto», per Stefania Boleso sono arrivati momenti difficili. «Sono stata spostata in un locale a pian terreno riadattato a ufficio, distante cinque piani dal resto dell’azienda. Mi hanno tolto la responsabilità del marketing. In teoria avrei dovuto lavorare con due colleghe. Peccato che entrambe fossero in maternità. Insomma, ero sola». Boleso ha resistito poche settimane. «Un giorno mi è venuto un attacco di panico, ho creduto di morire. Al pronto soccorso mi hanno detto che stavo rischiando l’esaurimento. Alla fine ho mollato. Il 19 dicembre ho firmato la resa. Ho scambiato i miei diritti con una buonuscita. Non avevo alternativa: dopo aver perso cinque chili e la serenità, non mi sono sentita di imporre altre tensioni alla mia famiglia». Che cosa farà adesso, Stefania? «Questa esperienza mi ha cambiata — risponde la manager —. Ieri criticavo chi dava meno del 110% sul lavoro. Adesso sto cercando di attribuire un nuovo senso agli ultimi dieci anni. Ho deciso di ripartire raccontando questa storia. "Guarda che poi nessuno ti offrirà più lavoro", mi ha detto qualcuno. Il rischio c’è. Ma credo vada corso. Quantomeno per aiutare mia figlia a vivere in un mondo migliore».

Rita Querzé


09/01/2010

Il giudice le ridà il posto di lavoro L'azienda la spedisce in India

Il giudice le ridà il posto di lavoro L'azienda la spedisce in India

 

La donna, madre di 5 figli: «sono confusa, ma pur di lavorare partirei». Società irpina che produce frigoriferi manda operaia in distacco presso un'impresa di Nuova Delhi

 

 

Gaetanina Di Paolo
Gaetanina Di Paolo

AVELLINO - «Te ne vai un anno in India, a Nuova Delhi». Questa, detta in breve, la risposta di un’azienda dell'Avellinese che produce frigoriferi industriali ad una sua operaia, che aveva appena incassato dal Tribunale la sentenza di riassunzione in servizio alle medesime mansioni svolte al momento della violazione delle norme sui contratti a tempo determinato. Lei si chiama Gaetanina Di Paolo, 49 anni, madre di 5 figli.

La Di Paolo «per poter proficuamente svolgere la prestazione inerente alle mansioni di assemblaggio frigoriferi che svolgeva precedentemente» - così le ha comunicato l’azienda - dal mese di febbraio dovrà trasferirsi a New Delhi, dove è attiva con una propria sede una società collegata. Il magistrato ha dichiarato illegittime le continue proroghe di contratto a termine, che la lavoratrice ha contestato all'azienda irpina, la Cei srl.

In extrema ratio però, la lavoratrice si dice pronta anche a partire per l'India. «Non è stato un bel regalo di Natale - spiega al Corriere - ma nonostante abbia cinque figli pur di lavorare e lasciarmi alle spalle la condizione di precariato sarei disposta a fare le valigie e raggiungere Nuova Delhi». Nel frattempo che la decisione maturi, la signora Di Paolo, assistita dall'avvocato Giacomo Ambrosino, si affretta a presentare un ricorso d'urgenza al Tribunale di Sant'Angelo dei Lombardi (Avellino) per ottenere almeno la sospensione del provvedimento di distacco deciso dall'azienda.

«Una vergogna», denuncia il segretario dei metalmeccanici Uil, Gaetano Altieri. «Le motivazioni del trasferimento - annuncia in una nota il sindacato- sono del tutto pretestuose e intendono intralciare la reintegrazione disposta dal giudice (Giuseppa D’Inverno del Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, ndr) piuttosto che soddisfare una urgente e improrogabile esigenza aziendale».

R. W.