31/08/2010
Amsterdam, arrestati due passeggeri «Si preparavano ad un attentato»
Amsterdam, arrestati due passeggeri «Si preparavano ad un attentato»Allarme ad Amsterdam, trovate «false bombe» nel bagaglio di uno dei sospetti terroristi. Ahmed Mohamed Nasser al Soofi e Hezem al Murisi si erano imbarcati a Chicago e Birmingham
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03/02/2010
Di Pietro: ho sempre difeso lo Stato Per me Contrada era un poliziotto
Di Pietro: ho sempre difeso lo Stato Per me Contrada era un poliziotto
L'intervista. Il leader dell'Idv si difende dopo la pubblicazione della foto con l'ex 007. «La Kroll? Mai avuto a che fare, nemmeno con la Cia. E chi accidenti è l'americano?»
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| (Emblema) |
ROMA— «Io non ho mai venduto Mani pulite».
È la premessa di Antonio Di Pietro, infuriato contro chi ipotizza trame oscure tessute dietro la Tangentopoli del ’92. Comincia così l’intervista sulle foto (pubblicate ieri dal Corriere della Sera) che lo ritraggono a cena il 15 dicembre di quell’anno accanto a Bruno Contrada (il funzionario Sisde nove giorni dopo arrestato per mafia) e ad altri agenti dei Servizi, compreso un «americano» dell’agenzia Kroll.
Teme che i suoi avversari leghino la coincidenza della cena e dell’avviso a Bettino Craxi, spiccato la sera prima?
«È storia vecchia. È da quando ho cominciato l’indagine su Mani pulite che si sta tentando di spostare l’attenzione su un asserito e pretestuoso complotto mai esistito. E mi ribello con tutte le mie forze. Avendo sempre fatto al meglio il mio dovere. Da manovale, costruendo muri dritti. Da operaio, in Germania, fabbricando forchette. Da magistrato, impegnato a difendere lo Stato. E oggi facendo opposizione in modo chiaro».
È solo un caso che si sia ritrovato a cena quella sera con alcuni alti gradi dei Servizi italiani e stranieri?
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| Di Pietro a fianco di Contrada nella cena del 1992 |
«E che ne sapevo io dell’identità di quelle persone invitate in una caserma dei carabinieri dal comandate del nucleo operativo? Cioè dal colonnello Vitagliano con il quale noi del pool di Milano lavoravamo ogni giorno. Al termine di una giornata di lavoro mi invita a cena per gli auguri di Natale e vado senza sapere chi c’è. Che ne so io dei Servizi? Ma lo so che si lavora a costruire le coincidenze. Per dimostrare che il giorno dopo l’avviso a Craxi io andavo a rendere conto del buon lavoro compiuto. E so qual è il passo successivo. Mi aspetto la domanda: a chi ha riferito?».
Non ha provato sorpresa quando si è ritrovato accanto Bruno Contrada, visto che già allora i pentiti ne parlavano e tanti magistrati di Palermo dubitavano sul suo conto?
«Stiamo parlando di un questore, non di una escort. Per me era un funzionario dello Stato. E nemmeno lo conoscevo. Né potevo sapere che nove giorni dopo l’avrebbero arrestato. Se qualcuno ha sporcato quella cena non sono io, ma adesso non voglio nemmeno sputare addosso a Contrada, anche perché la sua è una storia complessa e non va banalizzata».
Perché qualcuno tentò di fare sparire quelle foto?
«Io non sapevo nemmeno che esistessero. Anzi, se qualcuno me le fa avere pago il francobollo. Era tutto alla luce del sole. Ero in una caserma, con tanta gente e manco se ci fosse stato Provenzano me ne sarei accorto. Non ero mica nel sottoscala di una bettola di Istanbul con Ali Agca».
Una volta arrestato Contrada, non ha pensato di avvertire i suoi colleghi di Palermo o il suo capo, Borrelli?
«E che gli dicevo a Borrelli? Che ero andato a cena dai carabinieri».
Che s’era ritrovato accanto a Contrada.
«Ma nemmeno me ne ricordavo».
E l’agente americano?
«Chi accidenti è st’americano? Chi lo conosce? E poi guardi che è difficile parlare con me in americano».
Ma la targa premio della Kroll la prese?
«Di coppe e targhe casa mia è piena. Anzi, debbo proprio cercarla. Ce ne sono di mezzo mondo. Forse è in mezzo a quelle della Turchia e della Corea». I suoi rapporti con la Kroll? « Mai avuto a che fare né con l’agenzia Kroll, né con la Cia, sia chiaro. E se vogliamo giocare agli 007, se vogliamo costruire una spy story, allora, io merito il patentino del Kgb, del servizio russo perché è chiaro che ho lavorato per i comunisti. Allora, altro che spionaggio americano, posso concorrere da campione del controspionaggio...».
A chi si riferisce quando parla di «menti malate»?
«Anche a chi butta fango come l’avvocato Di Domenico che alcuni giudici hanno accusato di praticare "una condotta priva di rilevanza penale", pronto alla "strumentalizzazione dell’iniziativa giudiziaria"».
Lei è mai stato con Di Domenico in America anche per cercare fondi elettorali?
«In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo proprio di no. Ci andrò dopo le regionali negli Usa».
E il sospetto lanciato nella lettera a lei inviata ieri da Di Domenico su una sua recente presenza alla Hong Kong Shangai Bank?
«Altra bufala tutta da ridere. Io ci sono andato nel ’92 in quella banca per Tangentopoli, per una delle rogatorie a caccia di fondi occulti. Ecco la non notizia lanciata come una chiacchiera che si lascia echeggiare finché non si sviluppa il dibattito sul niente assoluto».
Mai avuto suoi depositi a Hong Kong o in altre banche straniere?
«No, la risposta è: mai venduto Mani pulite a nessuno».
Felice Cavallaro
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02/02/2010
Di Pietro, Contrada e la cena del 1992
Di Pietro, Contrada e la cena del 1992
Trovate quattro foto dell’incontro in caserma. Il tentativo di farle sparire, ne esistevano altre otto. L’ex pm: spy story che non esiste
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| Antonio Di Pietro (terzo da sinistra) a cena con il funzionario del Sisde Bruno Contrada (secondo da sinistra), in una delle foto scattate il 15 dicembre del 1992, nove giorni prima dell’arresto dello stesso |
ROMA - Alcune foto che era stato ordinato di distruggere inquietano Antonio Di Pietro. Sono quattro foto scattate il 15 dicembre del 1992 con il futuro leader di Italia dei valori seduto a tavola, durante una cena conviviale in una caserma dei carabinieri, fra alcuni ufficiali arruolati nei servizi segreti, uno 007 eccellente come Bruno Contrada e un altro James Bond vicino alla Cia, arrivato da Washington per una targa ricordo della famosa «Kroll Secret Service» all’ospite d’onore, appunto Di Pietro. Solo una cena. Niente di male, come ha già fatto sapere lo stesso Contrada attraverso il suo avvocato. Solo una occasionale e innocua chiacchierata prenatalizia fra amici e colleghi, fra investigatori e soltanto un magistrato. Una cena immortalata da una macchina fotografica senza pretese che salta fuori giusto per un ricordo, appena qualche scatto, dodici per l’esattezza, come si accerterà nove giorni dopo, quando tutti si preoccupano e a tutti fanno giurare di bruciare ogni copia.
Tante le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. È il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio.
IL COLPO - Se la storia non fosse rimasta top secret per 17 anni forse qualche domanda, anche fra gli stessi sostenitori di Di Pietro, sarebbe stata posta prima. Avvertì Di Pietro di quelle curiose coincidenze i suoi colleghi? Se lo chiede anche chi adesso tira fuori le foto considerate tessere di un mosaico chiamato «Il ‘colpo’ allo Stato», per dirla col titolo di un libro quasi ultimato da un ex amico sganciatosi da Di Pietro, l’avvocato Mario Di Domenico, cultore di statuti medievali e, guarda un po’, cooptato dieci anni fa dal magistrato per redigere proprio lo Statuto di Italia dei valori. Un’amicizia clamorosamente interrotta. Come quella di Di Pietro con Elio Veltri, oggi in sintonia con Di Domenico. Al di là dei rancori che spaccano il micro mondo dell’Italia dei valori, adesso le foto che il Corriere pubblica oggi e quelle che si troveranno nel libro edito da Koinè stimolano qualche riflessione. Al di là di impropri retro pensieri sul versante «americano», Di Pietro non avrebbe informato di quella cena con Bruno Contrada né i suoi colleghi del pool di Milano né i magistrati di Palermo che il 24 dicembre disposero l’arresto. Anzi, quel giorno scatta la caccia alle foto per distruggerle.
Vivono tutti un forte imbarazzo e si affanna soprattutto Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri che accompagna Di Pietro alla cena, e che in una istantanea compare di fronte a Contrada, a sua volta seduto vicino a Di Pietro. Provando a soffocare le prime voci sulle foto da una manina salvate, adesso l’ex magistrato ricorda di avere incontrato lì per caso Contrada. E forse lo stesso dirà D’Agostino, l’ufficiale soprannominato «El tigre», amico e frequentatore del banchiere italo-svizzero Pier Francesco Pacini Battaglia che uscì indenne dagli interrogatori avvenuti prima delle scenografiche dimissioni di Di Pietro. Con soddisfazione del maggiore, in seguito al centro di un discusso prestito di 700 milioni elargito dallo stesso Pacini Battaglia. Quel 15 dicembre del 1992 D’Agostino è un fidatissimo collaboratore per Di Pietro. E con lui va alla cena romana lasciando tornare a Milano da solo Gherardo Colombo, dopo la notte dell’avviso e dopo avere trascorso insieme la mattina a Roma, al Csm, per un convegno. Di Pietro è così l’unico magistrato presente al vertice enogastronomico con gli alti gradi dei Servizi e con l’«americano» Rocco Mario Modiati, a tutti presentato come il responsabile della cosiddetta «Cia di Wall Street», la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso.
LA BUFALA - Manca la foto con la consegna della targa premio. E forse serve a poco interrogarsi sull’impatto che tutte avrebbero potuto avere nel pieno e nella piena di Mani pulite. Anche nelle scelte degli stessi colleghi di Di Pietro e di Borrelli che «avrebbe potuto cambiare mano nella guida delle inchieste», come teorizza Di Domenico. Oggi Contrada è il primo a minimizzare il peso dell’incontro, parlando attraverso il suo avvocato Giuseppe Lipera, tappato com’è ai domiciliari per motivi di salute: «Un incontro casuale e cordiale. "Siamo quasi colleghi perché anch’io sono stato per il passato funzionario di polizia", mi disse Di Pietro quando capì chi ero...». Molti considerano inattendibile Contrada per definizione. Altri sono certi di un errore giudiziario a suo carico. Ma il punto non è questo. Bisognerebbe semmai capire perché di quell’incontro non si sia fatto mai cenno successivamente e perché l’evidente imbarazzo portò tutti a cercare di far sparire le foto, anche se lo stesso Contrada dice di possederne una copia e altri le hanno conservate.
Di Pietro, davanti a sospetti o insinuazioni, passa al contrattacco, inserendo qualche errore fra i suoi ricordi: «Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia». Una citazione errata quella di Mori, estraneo alla cena derubricata da Di Pietro al rango di «bufala o trappola»: «Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto». Ma non basta per convincere Bobo Craxi, da tempo interessato a scavare sull’ipotesi dell’aggancio americano: «Una teoria che sarebbe verosimile perché dopo l’89 c’erano interessi internazionali a cambiare il quadro europeo».
ANNOZERO - Le foto documentano solo una cena. Ma è anche vero che il ruolo di Contrada era già discusso e che non sfuggiva a Di Pietro il quadro insidioso dei misteri legati alla strage di via D’Amelio. Dopo 17 anni è stato lui l’8 ottobre scorso a rivelare durante una puntata di Annozero, presente Massimo Ciancimino, di essere stato informato alcuni giorni prima della strage di una relazione dei Ros su un attentato preparato contro lo stesso magistrato e contro Paolo Borsellino. Con una differenza. Che a Borsellino la nota fu inviata per posta e mai recapitata. Mentre a lui fu consegnato un passaporto con nome di copertura, Mario Canale, per rifugiarsi all’estero. Come fece andando in vacanza con la moglie in Costa Rica, ma lasciando i figli a casa. Per chi indaga da vent’anni sui pasticci italiani è scontato cercare di mettere a fuoco la controffensiva di potentati allarmati dall’eventualità di un incrocio fra le inchieste di Palermo e Milano sui grandi affari. Proprio quel che rischiava di accadere dal febbraio ’92 in poi, con Falcone e Borsellino vivi e con il pool di Milano al lavoro. Da qui l’importanza di quella minaccia della mafia su Di Pietro e Borsellino insieme. Eppure, anche la storia della fuga del «Signor Canale» è venuta fuori solo a 17 anni di distanza.
Sull’asse Milano-Palermo si incrocia una cronologia parallela da vertigine. E ogni volta salta fuori anche il nome di Contrada che alcuni considerano un mostro, a cominciare da un fan di Di Pietro come Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: «Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso considero io. Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire"». Posizione oggi ufficialmente condivisa da Di Pietro, stando a quel «finalmente condannato» che lanciò nel suo blog il 19 luglio di due anni fa. Parole che stridono per i suoi ex amici più che con la cena con i silenzi successivi. D’altronde per il pool di Palermo, diffidente nei confronti del capo, Piero Giammanco, e in attesa di Giancarlo Caselli, arrivato il 15 gennaio ’93, è una estate infuocata quella del ‘92.
UN VORTICE - Il 12 settembre, vengono estradati dal Venezuela i fratelli Cuntrera, il 17 viene ucciso a Palermo Ignazio Salvo, il 15 ottobre a Catania il giudice Felice Lima fa arrestare 22 persone fra imprenditori, politici, progettisti coinvolti dal geometra Giuseppe Li Pera e il 4 novembre tuona il pentito Giuseppe Marchese su Contrada accusandolo di aver avvisato Totò Riina prima di una perquisizione nella villa-covo di Borgo Molara, rivelazione preceduta dagli strali di Gaspare Mutolo contro il dirigente del Sisde e il giudice Signorino. In quei giorni Di Pietro non lavora solo su Craxi, ma anche sulle storie siciliane. Segue l’asse appalti-mafia come farà nei mesi successivi andando a trovare con l’allora capitano Giuseppe De Donno a Rebibbia «don» Vito Ciancimino. Un incontro che sarà poi dimenticato. Fatti senza seguito. Fino ad arrivare alla deposizione dello stesso Di Pietro, il 21 aprile 1999, davanti ai giudici del «Borsellino ter» ai quali ricorderà di avere collaborato con Paolo Borsellino fino alla morte di Falcone e di «avere interrotto il rapporto con la Sicilia» (argomento mafia-appalti) dopo la bomba di via D’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Gli stessi ignari di foto e incontri eccellenti.
Felice Cavallaro
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10/12/2009
La scuola degli scandali imbarazza la «Grande Mela»
La scuola degli scandali imbarazza la «Grande Mela»
La storia delle due prof scoperte in aula senza veli. Le due avvenenti professoresse sono state denunciate dal bidello dell'istituto. Ma c'è un'altra storia piccante
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| Le tre professoresse (da sinistra Allison Musacchio, Cindy Mauro e Alini Brito |
NEW YORK - Mentre gli studenti assistevano a uno spettacolo nel vicino auditorium, le due insegnanti di lingue restavano sole in classe completamente nude. Quella che può sembrare una scena di un film a luci rosse, è ciò che realmente accaduto lo scorso 20 novembre alla «James Madison High School» di New York. Cindy Mauro e Alini Brito, due avvenenti professoresse di francese e spagnolo, sono state trovate senza veli e in atteggiamenti sexy in un'aula da Robert Colantuoni, bidello dell'istituto che ha prontamente informato i suoi superiori. Le docenti sono state sospese dall'insegnamento e la scuola ha aperto un'indagine interna. La notizia, diffusa dal quotidiano della Grande Mela «New York Daily News» ha superato velocemente i confini cittadini e sta facendo il giro del mondo.
RELAZIONE INOPPORTUNA - Il bidello che avrebbe trovato le due professoresse in atteggiamenti sexy non ha voluto rilasciare alcun commento alla stampa, mentre i dirigenti scolastici hanno confermato che «è avvenuto un episodio sgradevole mentre gli studenti erano all'auditorium» e che «le due professoresse sono state momentaneamente sospese». Il marito della Brito, a telefono, ha dichiarato al New York Daily News di non credere a questa storia: «Sono tutte fandonie, il distretto scolastico non ha informato mia moglie di queste accuse».
SEXY E GIOVANILI - L'episodio naturalmente è diventato anche l'argomento più dibattuto tra i ragazzi dell'istituto. Addirittura è stato creato un gruppo su Facebook che discute con ironia, ma anche con fermezza «la storia delle insegnanti lesbiche». «Dopo quello che è accaduto bisognerebbe installare telecamere nascoste nelle classi, vero ragazzi? scherza uno studente sulla pagina del social network che ha già 500 fan. Tuttavia tra i liceali c'è anche chi difende a spron battuto le insegnanti e chi invece condanna senza mezzi termini la loro condotta: «La professoressa Brito e sempre stata elegante e molto carina con noi, ma non si è mai comportata da civetta» dichiara uno studente sedicenne al quotidiano newyorkese. Di diverso avviso Eddie Ramirez, che condanna entrambe le insegnanti e precisa: «Ad esempio la professoressa Mauro veniva in classe vestita come una teenager - portava top scollati e jeans corti - ed era sempre molto sexy. Sembrava la classica persona in cerca di un flirt». Alcuni studenti hanno anche raccontato che l’insegnante Mauro in estate aveva colorato di rosa alcune ciocche dei suoi capelli e avrebbe sul corpo diversi tatuaggi sexy: un sole sulla parte bassa della schiena, un fiore sulla gamba e una stella sul piede.
UN ALTRO EPISODIO - Tuttavia gli scandali della scuola di Brooklyn non finiscono qui. Secondo il quotidiano della Grande Mela un’altra storia piccante, nata nelle aule dell’istituto, toglierebbe il sonno ai dirigenti scolastici della James Madison High School. La professoressa di studi sociali Allison Musacchio, secondo i ben informati, avrebbe una relazione «inappropriata» con uno dei suoi studenti. Gli inquirenti avrebbero appurato che più di 200 telefonate e sms sarebbe stati scambiati tra la professoressa e il giovane nel giro di pochi mesi. Ma la Musacchio, che come le due colleghe è stata temporaneamente sospesa, ha negato ogni accusa: «Non potrei mai fare una cosa del genere. Ho dei principi morali che rispetto».
Francesco Tortora
16:38 Scritto in CRONACA ESTERA | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala
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