03/10/2011

Nel suk degli uffici giudiziari di Napoli. Ecco come spariscono i fascicoli

Nel suk degli uffici giudiziari di Napoli. Ecco come spariscono i fascicoli

NAPOLI - LA VIDEOINCHIESTA. Viaggio (indisturbato) negli uffici del giudice di Pace tra spazzatura, infissi divelti e decreti abbandonati

Continua...


04/02/2011

Telecom Italia, perquisizioni a Milano

Telecom Italia, perquisizioni a Milano

INCHIESTA DELLA PROCURA. La Guardia di Finanza negli uffici. Indagini su una truffa su carte prepagate intestate a persone inesistenti

Continua...


02/11/2010

«Fermato un pacco bomba per Sarkozy»

«Fermato un pacco bomba per Sarkozy»

UNO È ESPLOSO: FERITA UNA DONNA. Atene: tre ordigni negli uffici di un corriere. La polizia: uno era destinato al presidente francese

Continua...


23/09/2010

Rifiuti in pieno centro cumuli davanti alle scuole

Rifiuti in pieno centro cumuli davanti alle scuole

Da via Carducci a piazza Carolina fino a piazza del Plebiscito mucchi di immondizia davanti agli ingressi degli edifici scolastici.

Continua...


23/06/2010

Le Regioni e la «diplomazia fai-da-te» Spese pazze per 178 sedi nel mondo

Le Regioni e la «diplomazia fai-da-te» Spese pazze per 178 sedi nel mondo

La Regione Marche ha 9 presenze all’estero, di cui ben quattro in Cina. Veneto, Lombardia e Piemonte sono al top della classifica. E nessuno vuole rinunciare all'ufficio di Bruxelles

 

ROMA - Seguendo le orme di Marco Polo anche i moderni Dogi del Veneto hanno fatto rotta a Oriente: puntando dritti alla Città Proibita. Magari, esagerando un tantino. Il leghista Luca Zaia si è quindi ritrovato a governare una Regione che ha 10 (dieci) uffici in Cina. Avete letto bene: dieci. Ma la moltiplicazione dei «baili», come si chiamavano anticamente gli ambasciatori della Serenissima, non si è certamente fermata lì. Poteva forse il Veneto rinunciare ad aprire un ufficetto in Bielorussia? O un appartamento in Bosnia? Un paio di punti d’appoggio in Canada? Tre in Romania? Quattro negli Stati Uniti e altrettanti in Bulgaria (sì, la Bulgaria)? Un pied à terre in Vietnam? Un appartamento in Uzbekistan? Una tenda negli Emirati arabi uniti? Un bungalow a Porto Rico? E un consolato in Turchia, alla memoria dell’ambasciata veneziana alla Sublime Porta, quello forse no?

Si arriva così a 60 sedi in 31 Paesi: alla quale si deve aggiungere, ovviamente, quella di Bruxelles. E si sale a 61. Irraggiungibile, il Veneto: a elencarle tutte, sarebbe già finito l’articolo e non ci sarebbe spazio per raccontare quello che combinano invece le altre Regioni italiane. Perché scorrendo i dati che sono in un dossier del Tesoro su questo incredibile fenomeno della diplomazia regionale «fai da te», il Veneto è soltanto in cima a una piramide molto più grossa. Le Regioni italiane hanno all’estero qualcosa come 157 uffici, ai quali si devono aggiungere i 21 di Bruxelles. Per un totale di 178. Già: a un’antenna nel quartier generale dell’Unione europea non ha voluto rinunciare proprio nessuna. «D’altra parte», ha spiegato il governatore lombardo Roberto Formigoni, «è importante avere un presidio a Roma e Bruxelles. Non è affatto un lavoro inutile quello che i nostri funzionari svolgono organizzando a esempio numerosissimi incontri istituzionali per aziende, centri culturali, organizzazioni non governative e così via, che vengono supportati nel dialogo con le autorità nazionali ed europee». La Lombardia, che ha quasi 10 milioni di abitanti: ma il Molise? Che senso ha per una Regione con 320 mila abitanti come quella di Michele Iorio mantenere un ufficio a Bruxelles, peraltro pagato un milione 600 mila euro, oltre ai due di Roma?

Per non parlare dei valdostani, che sono 124 mila. Peccato però che la Lombardia non abbia solo un presidio Roma e uno a Bruxelles. Bensì, secondo il Tesoro, altri 27 sparsi in giro per il mondo. Ce n’è uno in Argentina, un paio in Brasile e Cina, quattro in Russia (esattamente come la Regione Veneto), e poi uno in Giappone, Lituania, Israele, Moldova, Polonia, Perù, Uruguay, Kazakistan... E il Piemonte? Che dire del Piemonte? La Regione appena conquistata da un altro leghista, Roberto Cota, presidia 23 Paesi esteri. Con la bellezza di 33 basi. Frutto di scelte apparentemente sorprendenti. Per esempio, ce ne sono due in Corea del Sud. Altrettanti in Costa Rica (perché il Costa Rica?). Altri due in Lettonia (perché la Lettonia?). Roba da far impallidire i siciliani, che avevano riempito mezzo mondo di «Case Sicilia»: dalla pampa argentina a Boulevard Haussmann, Parigi. Poi la Tunisia, e New York, Empire state building. Ma volete mettere il fascino della Grande Mela? Dove gli uomini dell’ex governatore Salvatore Totò Cuffaro si ritrovarono in ottima compagnia. Quella dei dipendenti della Regione Campania, allora governata da Antonio Bassolino, che aveva preso in affitto un appartamento giusto sopra il negozio del celebre sarto napoletano Ciro Paone. Nientemeno.

Costo: un milione 140 mila euro l’anno. A quale scopo, se lo chiese nell’autunno del 2005 Sandra Lonardo Mastella, in quel momento presidente del Consiglio regionale, visitando una struttura il cui responsabile, parole della signora, «viene solo alcuni giorni ogni mese ». Struttura per la quale venivano pagati tre addetti il cui compito consisteva nell’organizzare, per promuovere l’immagine regionale, eventi ai quali non soltanto non partecipava «alcun esponente americano », ma nessuno «che parlasse inglese». Quello che colpisce, però, sono sempre i luoghi. La Regione Marche, tanto per dirne una, ha nove basi all’estero. Di queste, ben quattro nella Cina. Il Paese decisamente più gettonato: alla Corte di Hu Jintao ci sono ben sette enti locali italiani, con addirittura ventitrè uffici. Il doppio che nella federazione russa. Quattro, in Cina, ne ha pure il Piemonte. Regione che si distingue da tutte le altre per avere attivato anche una sede a Cuba. Oltre a due in India, dove hanno un punto d’appoggio pure le Marche. Ma non l’Emilia-Romagna, che paradossalmente ha meno presidi esteri della piccola Regione confinante: cinque anziché nove, numeri a cui bisogna sempre aggiungere quello di Bruxelles. Quasi tenerezza fanno gli ultimi in classifica. Il Friuli-Venezia Giulia, che si «accontenta» (si fa per dire) di tre «consolati» oltre a quello europeo: in Slovacchia, Moldova e Federazione russa.

La Basilicata, andata in soccorso ai lucani dell’Uruguay e dell’Argentina. La Valle D’Aosta, che non sazia della sede di Bruxelles ne ha pure una in Francia. Ma dove, altrimenti? Infine la Puglia: come avrebbe fatto senza un comodo rifugio dai dirimpettai albanesi? Quello che non dice, il dossier del Tesoro, è quanto paghiamo per tale gigantesca e incomprensibile Farnesina in salsa regionale. Per saperlo bisognerebbe spulciare uno a uno i bilanci degli enti locali. Dove intanto non è sempre facile trovare i numeri «veri». E soprattutto non è spiegato a che cosa serva tutto questo Ambaradam. A favorire gli affari delle imprese di quelle Regioni? Al prestigio dei governatori presenti o passati? A mantenere qualche stipendiato illustre? Il sospetto, diciamolo chiaramente, è che nella maggior parte dei casi l’utilità di tutte queste feluche di periferia sia perlomeno discutibile. Come quel Federico Badoere, nel 1557 ambasciatore veneziano a Madrid presso la corte di Filippo II, autore di una strepitosa relazione spedita al Senato della Serenissima nella quale liquidava come una trascurabile quisquilia ciò che stava succedendo dopo la scoperta dell’America, evento che un suo predecessore si era addirittura «dimenticato» di riferire a Venezia: «Sopra le cose delle Indie non mi pare di dovermi allargare, stimando più a proposito compatire il tempo che mi avanza a narrare le cose degli altri stati di Sua Maestà».

Sergio Rizzo


03/02/2010

La Provincia di Vibo inventa 5 Circondari e moltiplica le poltrone

La Provincia di Vibo inventa 5 Circondari e moltiplica le poltrone

 

La decisione presa per «decentrare i servizi e gli uffici». Avranno presidente, vice e consiglieri. Con rimborsi

 

ROMA — Il 6 marzo la Provincia di Vibo Valentia compie 18 anni. E apprestandosi a conquistare la maggiore età, si è riprodotta con successo: per partenogenesi, come le alghe dello splendido mare calabrese. Da un solo ente sono così nate altre cinque piccole Province, chiamate Circondari. Ciascuna con presidente, vicepresidente, e relativo consiglio circondariale.

Sull’abolizione delle Province, promessa in campagna elettorale, è stata messa una pietra sopra. Come pure sui consorzi di bonifica, i tribunali delle acque, i commissariati per gli usi civici, i bacini imbriferi montani... Che però, dopo aver tagliato i tagli, almeno non si creassero nuovi enti, era davvero il minimo. Evidentemente non in quel pezzo di Calabria che nel 1992 è stato sottratto per legge alla Provincia di Catanzaro e reso autonomo. Il 30 dicembre 2009, mentre si preparavano i botti di Capodanno, il consiglio provinciale di Vibo Valentia ha pensato bene di approvare un regolamento che suddivide il territorio della Provincia in cinque Circondari. Che cosa sono? Enti intermedi fra le Province e i Comuni che erano stati istituiti nel 1859 dal ministro dell’Interno del Regno di Sardegna Urbano Rattazzi, per essere poi soppressi nel 1927. Nel 2000 il testo unico degli enti locali li ha tuttavia formalmente riesumati e in giro per l’Italia ne è spuntato di nuovo qualcuno. Per esempio nei dintorni di Torino, Bologna, Siena, Livorno, Forlì-Cesena, Firenze e Reggio Calabria. Ma cinque Circondari nuovi di zecca tutti insieme, in una Provincia che conta in tutto 270 mila abitanti, e poi in questo momento, a pochi mesi dalle elezioni regionali, non possono passare inosservati.

E poi, a che cosa servono? «Con il Circondario», dice il regolamento, «la Provincia attua il decentramento dei servizi e degli uffici, compatibilmente con le concrete esigenze di gestione, mediante l’istituzione di propri uffici decentrati e funzionali ». Insomma, un decentramento del decentramento. Che comporterà l’apertura di altre strutture provinciali nei «capoluoghi di Circondario ». Perché ognuno di questi nuovi enti intermedi avrà anche un capoluogo, coincidente con il comune più popoloso, a meno che i sindaci della zona non decidano diversamente. Il capoluogo del Circondario di Tropea non potrà che essere Tropea, 6.836 abitanti. Quello di Serra San Bruno, Serra San Bruno: 7.068 residenti, un record. Quello di Nicotera, Nicotera: 6.778 persone. Quello dell’Alto Mesima, Acquaro: che di anime ne ha appena 3.046. Mentre la scelta del capoluogo del Circondario di Filadelfia cadrà senza alcun dubbio su Filadelfia. Comune di 6.283 abitanti dove c’è un sindaco democratico ex popolare, Francesco De Nisi, che è contemporaneamente anche il presidente della giunta provinciale.

E in quanto principale esponente della maggioranza si becca la stroncatura senza appello di Giovanni Macrì, consigliere provinciale del Pdl: «Sa con quale motivazione questi nuovi enti inutili sono stati creati? Per far sentire la Provincia più vicina al cittadino in un territorio dove le strade sono disastrate, dicono. Le pare un motivo serio? I Circondari non servono assolutamente a nulla. È una ragione di poltrone e basta». Opinioni, naturalmente. Anche se qualche strapuntino, va detto, ci sarà. Ogni Circondario ha un presidente e un vicepresidente che durano in carica due anni e possono essere scelti fra i rappresentanti dei Comuni o i consiglieri provinciali. C’è poi un «consiglio circondariale » composto dagli stessi consiglieri della Provincia eletti in quel territorio nonché dai sindaci dei Comuni che ne fanno parte, oppure dai loro delegati. Non basta: c’è anche un «collegio dei presidenti dei Circondari », presieduto dal presidente della Provincia e di cui dovrebbe far parte anche il sindaco di Vibo Valentia, Francesco Sammarco. Ma è tutto gratis. Ai consiglieri, al presidente e al suo vice «non spetta alcuna indennità per l’esercizio delle proprie funzioni, né alcun gettone di presenza». Certo, se però nella loro autonomia i Comuni lo decidono, nessuno gli potrà impedire «la corresponsione, ai propri rappresentanti, di indennità di missione e/o rimborso delle spese sostenute e di quelle di viaggio». Sia chiaro, sempre «con oneri a proprio carico ». Ci mancherebbe...

Sergio Rizzo


14/01/2010

Napoli, una rete negli uffici della Dia

Napoli, una rete negli uffici della Dia

 

Quattro indagati per fare spionaggio privato

 


NAPOLI - La «rete» comincia a prendere forma, la presunta centrale di spionaggio si arricchisce di nomi e di circostanze inquietanti. La svolta è arrivata la scorsa notte, quando la Procura di Napoli firma quattro decreti di perquisizione a carico di due esponenti della Direzione investigativa antimafia di Napoli, di un agente di polizia giudiziaria della Procura, di un cittadino comune. Gravi le accuse: per mesi, gli indagati (ma il numero è destinato a crescere in queste ore) avrebbero messo in piedi un centro di spionaggio, svolgendo indagini private per conto del migliore offerente. Forti di mezzi potenti e invasivi - gli archivi Dia, i sistemi di ricezione di clip audio e video - gli indagati avrebbero pedinato ignari cittadini, avrebbero studiato per ore «le vite degli altri», in cambio di compensi in denaro.

Accuse gravi, che attendono la replica difensiva, sostenuta dai penalisti Francesco Cioppa e Dario Russo, in una vicenda in cui è opportuno rispettare il principio di non colpevolezza delle persone coinvolte. Associazione per delinquere finalizzata «all’investigazione privata abusivamente esercitata», quattro indagati, dunque: Giuseppe Savarese, ritenuto capo promotore della presunta spectre; il collega sostituto commissario Dia Davide Di Paoli; l’agente di pg in Procura Domenico Salemme; sott’accusa anche un quarto personaggio, Antonio Marcello Migliore, legato a Savarese da un rapporto di amicizia. Inchiesta in corso, al lavoro i pm Enzo D’Onofrio, Raffaello Falcone e Pierpaolo Filippelli, pool guidato dall’aggiunto Rosario Cantelmo, che hanno affidato in piena sinergia investigativa accertamenti e perquisizioni al capocentro Dia Maurizio Vallone.

Qual è l’ipotesi degli inquirenti? Si parte dall’analisi di un tariffario, che avrebbe scandito l’attività illegale di agenti e presunti faccendieri: cinquanta euro l’ora per un pedinamento, prezzi a salire per le altre prestazioni professionali, in relazione ai posti (s’indaga su mission private anche in Brasile) e della difficoltà degli incarichi. Al momento, sarebbero stati accertati quattro o cinque incursioni nella sfera privata di persone non sottoposte ad indagini, target inconsapevoli di una rete di informazioni ritenuta abusiva. In alcuni casi, gli agenti si sarebbero introdotti all’interno di appartamenti privati, piazzando microspie e videoregistratori in domicili privati ed estranei a indagini autorizzate.

Una svolta nell’inchiesta scandita da colpi di scena: lo scorso settembre, l’arresto di Giuseppe Savarese, ex esponente del gruppo «Fedra», specializzato in Dia nelle indagini sui grandi appalti del comparto sicurezza, sui rapporti tra politica e imprese. Finisce in cella con l’accusa di aver maneggiato e reso pubbliche le schede personali di indagati della «appaltopoli» napoletana, in una vicenda culminata un anno fa negli arresti (poi revocati) dell’imprenditore Alfredo Romeo e di tre ex assessori comunali.

Da allora, si sono moltiplicati sopralluoghi e perquisizioni, a partire da un’ipotesi tutta da verificare: Savarese sarebbe stato a capo di una rete illegale, capace di accendere i riflettori (a pagamento?) sulle storie di tutti i giorni di notabili e uomini comuni. Indagine che rimanda a un sospetto inquietante: la disperazione dell’assessore Giorgio Nugnes, suicida a novembre del 2008, finito probabilmente al centro di fughe di notizie clamorose e illegali.

Ai carabinieri che lo arrestarono per gli scontri di Pianura, ma anche ai giornalisti incontrati il giorno prima di morire, Nugnes confidò il timore di essere finito nel mirino dei «servizi segreti». Disse che c’era chi «aveva i tabulati di tutte le sue telefonate», era angosciato dai «servizi segreti». Una domanda, a questo punto: Nugnes era finito nella rete dello spionaggio clandestino?

Leandro Del Gaudio


07/06/2009

Le nozze della figlia al Palazzo Ducale Indagato l'ex prefetto di Pesaro

Le nozze della figlia al Palazzo Ducale Indagato l'ex prefetto di Pesaro

 

Avrebbe organizzato il banchetto nella sede della prefettura in un giorno di chiusura. Luigi Riccio, attuale prefetto di Potenza, è accusato di peculato. L'episodio al vaglio anche della Corte dei Conti

 

Il Palazzo Ducale a Pesaro
Il Palazzo Ducale a Pesaro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PESARO- Il prefetto di Potenza Luigi Riccio è indagato per aver organizzato in prefettura a Pesaro il banchetto di nozze della figlia all'epoca in cui ricopriva nella città marchigiana lo stesso incarico affidatogli ora nel capoluogo lucano. Lo riporta QN-Il Resto del Carlino: secondo il quotidiano, la procura pesarese avrebbe iscritto Riccio nel registro degli indagati con l'accusa di peculato. Riccio avrebbe utilizzato il Palazzo Ducale, sede della prefettura di Pesaro, in un giorno di chiusura. Nell'invito, a 200 ospiti, veniva chiaramente indicata la sede del ricevimento. Dell'episodio, che risale al 21 giugno del 2008, si sta interessando anche la Corte dei Conti. Il pm aveva chiesto l'archiviazione del fascicolo, ma il gip di Pesaro vorrebbe vederci più chiaro prima di accogliere la richiesta.


08/05/2009

Nomine all'ufficio stampa regionale: indagati Cuffaro, Lombardo e 20 addetti

Nomine all'ufficio stampa regionale: indagati Cuffaro, Lombardo e 20 addetti

 

I giornalisti assunti con contratto di redattori capo nel 2004 per chiamata diretta. Abuso d'ufficio: la procura di Palermo indaga l'ex governatore siciliano, il suo successore e venti giornalisti

 

PALERMO - Ventiquattro persone, tra le quali l'ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro (Udc), il suo successore, Raffaele Lombardo (Mpa) e venti giornalisti dell'ufficio stampa della presidenza assunti con contratto di redattori capo nel 2004 per chiamata diretta, sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Palermo. Sono accusati di concorso in abuso d'ufficio: finora solo quattro giornalisti sono stati raggiunti da avvisi di garanzia e sentiti, nei giorni scorsi, dal pubblico ministero titolare dell'inchiesta, Ennio Petrigni, che ha chiesto dei chiarimenti sulle loro modalità di assunzione.

ATTI DALLA CORTE DEI CONTI - L'indagine era stata aperta a seguito della trasmissione degli atti da parte della Procura della Corte dei Conti, che aveva chiesto il risarcimento del danno erariale, per complessivi quattro milioni di euro, a Cuffaro, Lombardo e all'ex capo dell'ufficio legislativo e legale, Franco Castaldi. L'iscrizione nel registro degli indagati della Procura presso il Tribunale dei due uomini politici e dell'ex alto dirigente regionale era stata automatica conseguenza della trasmissione degli atti da parte della magistratura contabile.


04/05/2009

L’ex Alitalia degli sprechi: 60 sedi all’estero da chiudere

L’ex Alitalia degli sprechi: 60 sedi all’estero da chiudere

 

A Hong Kong 15 dipendenti in hotel senza alcuna rotta. Il commissario Fantozzi trova depositi sconosciuti per 50 milioni

 

Augusto Fantozzi (LaPresse)
Augusto Fantozzi (LaPresse)

ROMA - Immagina se stesso, Augusto Fantozzi, nei panni di Fausto Coppi sullo Stelvio. Ma a differenza del Campionissimo il commissa­rio di quella che fu l’Alitalia non alza mai la testa dal ma­nubrio. «Condannato a peda­lare e basta», ripete tutti i giorni ai suoi collaboratori. La salita è ripida e a ogni tor­nante c’è una sorpresa. Un nuovo creditore, o una rogna che nessuno poteva prevede­re. Per esempio quella, pazze­sca, con cui Fantozzi è alle prese adesso: le sedi dell’ex Alitalia all’estero. Sapete quante? Sessanta.

Tante era­no ai tempi d’oro, per inten­derci quando (fino a poco tempo fa) all’aeroporto londi­nese di Heathrow la compa­gnia di bandiera italiana sti­pendiava 300 (trecento) per­sone, e tante sono rimaste do­po, quando le destinazioni in­ternazionali dell’Alitalia si erano ridotte a una sparuta quindicina. Magari ci sarà una spiega­zione. Ma che questo possa essere considerato accettabi­le, no davvero. Soprattutto considerando i costi assurdi che ancora adesso gravano sulla liquidazione della com­pagnia di bandiera. C’era una sede in Libia, chiusa giovedì scorso. Una in Senegal. Addi­rittura due in India: a Mum­bai e Nuova Delhi. E via così. Abbassare la serranda di quegli uffici è complicatissi­mo, come sta sperimentando Fantozzi. Si deve liquidare il personale, battagliare con i sindacati, risolvere le grane con il fisco locale. Ma non è soltanto per questo che l’Ali­talia ha continuato a far corre­re per anni gli stipendi, i con­ti dell’albergo, i bonifici ai for­nitori. Talvolta si è giustifica­to il mantenimento in vita di quelle costose strutture con la necessità di conservare gli slot, cioè i diritti di decollo e atterraggio: per una rotta abo­lita! In altri casi è stata solo inerzia. Costosissima inerzia. Prendiamo la sede di Hong Kong, dove l’Alitalia non vola più da tempo, e dal 2008 ha soppresso anche i collega­menti cargo. Quindici dipen­denti e un conto di 1.200 dol­lari al giorno per il lussuoso hotel Hyatt. Per ironia della sorte, la filiale di Hong Kong dell’Alitalia, cioè una compa­gnia aerea fallita, aveva 7 mi­lioni e mezzo di euro, liquidi. Erano depositati in una ban­ca locale.

Un tesoretto che a quanto pare c’è anche in Bra­sile, Argentina, Venezuela e chissà in quanti altri posti. Fantozzi e i suoi hanno calco­lato che nelle banche in giro per il mondo l’Alitalia abbia depositi per molti milioni di euro. Quanti? Decine. Forse una cinquantina. Non saran­no la soluzione, ma perché la­sciarli lì? Soprattutto, perché non fermare al più presto l’emorragia degli uffici este­ri? Tanto più che ogni euro speso per mandare avanti quelle baracche è un euro sot­tratto ai creditori. Nessuno è in grado di dire quale sia esattamente il loro numero. Ma non sono meno di 23 mila, compresi i dipen­denti che devono avere circa 205 milioni di liquidazioni. Di conseguenza, non si può sapere con precisione quanti soldi servano per pagarli. Uni­ca certezza: i debiti con mi­gliaia di fornitori accumulati dall’Alitalia prima del com­missariamento, il 29 agosto 2008, saranno gli ultimi a es­sere onorati. Se ci saranno an­cora soldi. È la dura legge del­le liquidazioni. Prima si paga la «prededuzione», cioè i co­sti della liquidazione e gli im­pegni contratti dai liquidato­ri dopo il commissariamento. Poi i dipendenti. Quindi gli enti di previdenza, gli avvoca­ti e i consulenti. In fondo, gli altri. Cioè i fornitori «ante» 29 agosto. E lo Stato, verso cui l’Alitalia in liquidazione ha un debito di 300 milioni: il «prestito ponte» concesso per evitare il fallimento dopo che era saltata la trattativa con Air France. Che a questo punto sarebbe forse meglio chiamare «regalo ponte». A complicare ulteriormen­te le cose c’è la prospettiva di un contenzioso immane.

Dal­le piccole cause di lavoro dei dipendenti (molti anche ob­bligazionisti) alle controver­sie internazionali. Un assag­gio? L’Alitalia si era coperta dal rischio di cambio sul prez­zo del petrolio con derivati del Credit Suisse. Al commis­sariamento, la banca ha eser­citato il diritto di recesso inca­merando 50 milioni. Almeno 7, sostiene Fantozzi, non do­vuti. Così inevitabilmente si è arrivati alle carte bollate. La fotografia degli sfortuna­ti creditori scattata il 29 ago­sto 2008 è la sconcertante pre­messa di una liquidazione de­stinata a battere ogni record di durata. Roba da far impalli­dire la procedura dell’Itavia, compagnia del Dc9 abbattuto nel 1980 sui cieli di Ustica: ini­ziata nel 1981, ventotto anni dopo è ancora aperta. Per la gioia di avvocati e consulen­ti. I pochi che in queste situa­zioni guadagnano davvero. La lista dei vecchi fornitori che vantano soldi è tanto ster­minata quanto (pare) incom­pleta. Al punto che balla pure la cifra totale: 320 milioni? 350? O 400? Boh. Ci sono so­cietà aeroportuali (gli Aero­porti di Roma hanno penden­ze per una quarantina di mi­lioni), compagnie petrolifere, albergatori. Autonoleggi, ri­storanti, bar degli aeroporti, editori: dal Financial times (39.091 euro) al gruppo l’Espresso (667.567), alla Rcs quotidiani che edita il Corrie­re (293.333), al Messaggero (15.069). Poi Telecom Italia, con 3,5 milioni di bollette ar­retrate. Ma anche le autorità aeroportuali di mezzo mon­do. La Coca Cola (574.505 eu­ro). Il profumiere Yves Saint Laurent (14.605 euro). Non manca nemmeno Peccati di Capri, la piccola ditta napole­tana che forniva i cioccolatini di benvenuto ai passeggeri (3.852 euro). E neppure la In­ce 2002 srl, società alla quale venne affidato durante la ge­stione di Giancarlo Cimoli il restyling della rivista di bor­do, Ulisse 2000, e che era pos­seduta al 50% dall’attore Pino Insegno. Credito: 77.259 eu­ro. E 60 centesimi.

Sergio Rizzo