02/10/2008
Il nulla che unisce Dio e Darwin
Il nulla che unisce Dio e Darwin
Disegno intelligente ed Evoluzione sono entrambi figli del divenire e del caso
Gli sviluppi della biologia hanno sottoposto la teoria dell'evoluzione a critiche profonde, ma ne tengono tuttora fermi i capisaldi: il carattere casuale della produzione del patrimonio genetico e la selezione naturale. In un passo molto noto de Il caso e la necessità, Jacques Monod scrive che «soltanto il caso è all'origine di ogni novità, di ogni creazione nella biosfera. Il caso puro, il solo caso, libertà assoluta ma cieca, alla radice del prodigioso edificio dell'evoluzione». Monod si rifà esplicitamente al concetto democriteo di caso: la biologia percepisce il proprio legame con la filosofia greca, ma di esso non coglie ancora la forza — che in quanto segue intendo richiamare. D'altra parte la biologia sfrutta oggi a fondo il concetto di «programma», desunto dalla teoria dell'informazione: nei cromosomi di un embrione esiste un «piano», un «programma» appunto. «La vita segue un programma», che è «l'insieme delle potenzialità incorporate nella sostanza dei geni» (Salvador Luria). E, anche qui, il concetto biologico di «programma» è strettamente legato a quello aristotelico di «potenza».
Tale concetto aristotelico di «potenza» guida l'intera civiltà occidentale — quindi anche l'intero sviluppo del sapere scientifico. Non è una stranezza che Werner Heisenberg abbia affermato che le «onde di probabilità» che producono i fenomeni «possono essere interpretate come una formulazione quantitativa del concetto aristotelico di dýnamis, di possibilità, chiamato anche, più tardi, col nome latino di potentia».
L'«onda di probabilità» ha però molto da insegnare al modo in cui la biologia intende il concetto di «programma». Ha da insegnare che la scienza deve lasciarsi alle spalle ogni «necessità» e che la biologia non può concepire il patrimonio genetico come qualcosa che, «uscito dall'ambito del puro caso entra in quello della necessità, delle più inesorabili determinazioni», come sostiene Monod.
«Caso» traduce la parola greca autòmaton che, alla lettera, significa «(ciò) che tende, si muove e si produce da sé». È la parola usata da Democrito — ma anche da Aristotele. Se si guarda ciò che sta attorno all'autòmaton, non si trova nulla che spieghi perché esso tenda, si muova, si produca. Cioè si trova il nulla. Muovendosi e producendosi «da sé stesso», si muove e si produce a partire dal proprio non essere.
Ma quando la filosofia parla dell'«essere» e del «non essere» li pensa primariamente in relazione al divenire del mondo. Si tratta di comprendere che il caso non è una forma particolare e più o meno diffusa di divenire, ma che, dato il modo in cui l'Occidente intende il divenire, il divenire, in quanto tale, è caso: dunque è caso anche quando, come appunto avviene nella tradizione occidentale, si intende che il divenire sia guidato dalla Mente o dalla Provvidenza divina e creato da essa; ed è caso anche quando si presenta con quelle altissime forme di regolarità che sono state via via messe in luce dall'uomo comune e dalla scienza. Per Aristotele l'embrione è «in potenza» un uomo, ossia è il «programma» seguito dalla vita umana che si sviluppa. L'embrione diventa uomo, nel senso che realizza il proprio programma (il proprio Dna, dice oggi la genetica). Ma, prima dell'esistenza (cioè dell'«essere») dell'uomo, tale realizzazione non esisteva, cioè «non era», era nulla. E la biologia si esprime appunto, continuamente, con affermazioni come questa (di Jacob): che l'evoluzione ha prodotto «fenomeni che prima sulla terra non esistevano».
Affermare che l'embrione è «in potenza» uomo significa dunque affermare che, nell'embrione, l'uomo realizzato non è, è nulla: si pensa, certamente, che esista già il programma di un certo individuo umano, ma non la realizzazione di tale individuo. Il programma, che è già esistente, è cioè unito al non essere (al nulla) della propria realizzazione. In relazione al programma, tale realizzazione non è casuale: il programma ne è la «spiegazione» e l'anticipazione. Ma in quanto la realizzazione è nulla quando ancora non esiste l'uomo realizzato, ne viene che questa sua nullità non può essere una «spiegazione» o un'anticipazione del futuro: è un nulla di spiegazione e di anticipazione. Ciò significa che, proprio perché si produce a partire dal proprio nulla, la realizzazione del programma è un «prodursi da sé», un autòmaton: è caso.
Non può quindi essere che aleatorio, casuale, il modo stesso in cui il programma guida l'evoluzione degli individui e delle specie. Se ancora si vuole parlare di «guida», il rapporto tra programma e sua realizzazione (o tra «genotipo » e «fenotipo») può avere soltanto un carattere «probabilistico» (come l'«onda di probabilità» di Heisenberg). Ma lo stesso accade nel rapporto tra il «Programma » divino e le sue creature, che, per quanto anticipate e spiegate dal «Programma», secondo la teologia cristiana sono da esso create ex nihilo sui et subiecti: «Dal loro esser (state) nulla e dalla nullità della materia ( subiecti) di cui son fatte». Nonostante abbiano alle spalle addirittura il Programma divino, le cose del mondo, in quanto create ex nihilo, sono caso, esistono casualmente. Il caso prevale sulla Provvidenza, che nella storia dell'Occidente intende, invece, essere spiegazione e anticipazione assoluta delle creature, mantenendo tuttavia, contraddittoriamente, la loro nullità originaria, ossia il loro essere originariamente un nulla che non può in alcun modo spiegare e anticipare la loro realizzazione. La stessa creazione divina del mondo è casuale, nonostante l'intenzione più ferma di vedere in essa la negazione più radicale della casualità.
Il creazionismo e le forme più intransigenti di evoluzionismo si trovano dunque sullo stesso piano: sono grandi variazioni dello stesso Tema, il Tema del divenire, inteso come evoluzione dalla potenza all'atto che la realizza, e pertanto come evoluzione dal non essere all'essere. Se si è capaci di scendere nel sottosuolo della filosofia (ossia dell'anima) del nostro tempo, si scorge il legame essenziale che unisce l'evoluzione (il divenire) e il caso. Il divenire è caso; e nessuna necessità può caratterizzare i programmi informatici, biologici, metafisici, teologici perché se essa esistesse spiegherebbe e anticiperebbe tutto il futuro e, quindi, lo dissolverebbe perché dissolverebbe il nulla di ciò che ancora non è: dissolverebbe il divenire e l'evolversi di cui tale necessità vorrebbe essere la spiegazione e l'anticipazione: dissolverebbe quel divenire che, per gli stessi amici dei programmi mondani o divini, è l'evidenza suprema.
Quel sottosuolo scorge, pertanto, che l'evoluzione non può nemmeno avere uno scopo necessario. Proprio perché il nulla originario delle cose non spiega e non anticipa il loro futuro, e la loro realizzazione è «libertà assoluta», l'evoluzione è «cieca», non può avere alcuna direzione se non quella che di fatto, casualmente, si produce e che di fatto è osservabile. Qualora avesse uno scopo inevitabile, quest'ultimo sarebbe daccapo il programma che dissolve il nulla del futuro e il divenire del mondo. Se la «direzione» dei fenomeni biologici è un semplice fatto constatabile (e non una «necessità»: il divenire del mondo «non ha senso»), rimangono tuttavia gli scopi dell'uomo (il senso che egli dà alle cose): rimane la sua lotta per la sopravvivenza, che ripropone e prolunga, nella dimensione cosciente, la cosiddetta «selezione naturale», secondo un tipo di «evoluzione » in cui va di fatto prevalendo, sugli altri scopi della civiltà occidentale e planetaria, la volontà dell'apparato scientifico-tecnologico di incrementare all'infinito la capacità di realizzare scopi. Va dunque prevalendo la selezione artificiale che si propone di guidare — secondo le leggi statistico- probabilistiche della scienza — la stessa «selezione naturale».
Per quanto paradossale possa apparire, la «teoria dell'evoluzione», e in generale del divenire, è il farsi massimamente coerente da parte della teoria della creazione divina del mondo; è la variazione più coerente al Tema del divenire. Ma è questo Tema a non venire mai e in alcun modo discusso nel suo significato più profondo. Esso porta ormai sulle proprie spalle l'intera storia della Terra. Non è già questo il motivo sufficiente perché finalmente ci si fermi, ci si volti e lo si guardi in faccia (e lo si scuota per vedere fino a che punto non si lascia sradicare)?
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28/09/2008
Così la società cambia la struttura del cervello
Così la società cambia la struttura del cervello
Il rapporto con gli altri modifica materialmente gli individui. Oggi le neuroscienze spiegano perché si realizza pienamente solo nella collettività
Nel cercare di definire e mettere a fuoco l'essenza della natura umana è opportuno, secondo me, distinguere fin dall'inizio la natura dell'individuo singolo da quella del collettivo umano, vale a dire di ciò che si è come parte di una società che possiede una cultura e una storia. In estrema sintesi: come singoli siamo animali — con caratteristiche tutt'affatto peculiari, ma sempre animali — prodotto di un'evoluzione biologica millenaria di natura fondamentalmente erratica; mentre il collettivo umano, e con lui l'individuo che vi appartiene, mostra un carattere storico ed è figlio di una continuità culturale, longitudinale e trasversale al tempo, che non ha l'eguale in nessun'altra realtà. Le moderne neuroscienze hanno, in particolare, definito sempre meglio le caratteristiche della nostra mente e del nostro comportamento come singoli e hanno fornito e stanno fornendo una lezione interessantissima e tutt'altro che da trascurare. Non possiamo però dilungarci qui su questi aspetti, che vanno dalla natura del nostro apparato percettivo a quella della nostra facoltà del linguaggio e della nostra razionalità. Ma l'uomo è caratterizzato soprattutto dalla sua dimensione collettiva. Nel collettivo l'uomo trova la sua cifra più vera e letteralmente unica. Nessuno da solo può raggiungere una qualsiasi conclusione che sia diversa da quanto gli fanno credere i suoi sensi, ma un collettivo sì. Le conclusioni dei singoli possono essere avallate, contraddette o corrette da un collettivo di uomini operanti in un sufficiente lasso di tempo.
Da soli non avremmo una logica, che è una costruzione eminentemente collettiva, visto che nessuno di noi è perfettamente logico. Da soli non avremmo una scienza, prodotto di una continua interazione fra uomini e fra uomini e cose. Da soli non avremmo una storia né la capacità di conoscere fatti di terre lontane. Anche se ci impegnassimo allo spasimo, ciascuno di noi non vive abbastanza per raggiungere da solo tali obiettivi. Aristotele definì a suo tempo l'uomo un «animale politico» cogliendo così allo stesso tempo l'aspetto della sua socialità e della sua interattività. L'uomo è in effetti un animale sociale, anche se meno perfetto dei membri di altre specie, come ad esempio gli insetti sociali, ma il punto è che l'uomo deve assolutamente essere sociale per essere uomo. Non tanto e non solo perché vivere in comunità è utile per condurre una vita migliore, ma perché è il vivere in un collettivo, almeno per un lungo periodo iniziale, che fa di un essere umano un essere umano. Si direbbe piuttosto un animale sociale obbligato o meglio ancora un animale culturale obbligato, animale della famiglia, del gruppo e della polis. Se accettiamo la dicotomia, che è al tempo stesso anche una complementarietà, tra individui singoli e collettivo umano, sembra inevitabile una domanda: come può la dimensione culturale collettiva retroagire così profondamente sulla natura di ciascuno individuo da rendere tutti noi uomini quelle creature tanto uniche che siamo?
Alla nascita nessuno di noi è un figlio del suo tempo e forse neppure un uomo come ci piace intenderlo. A tre anni è certamente un essere umano a pieno titolo e a cinque-sei è generalmente un figlio del suo tempo, anche se ha ancora tante cose da imparare. Che cosa è successo in questo periodo? È successo qualcosa di molto particolare e veramente unico. L'interazione continua con le persone che lo circondano e la comunicazione verbale e non verbale che ha animato il suo piccolo mondo hanno materialmente cambiato il suo cervello e contribuito giorno per giorno a proteggere e rinsaldare i risultati di tale cambiamento. Non conosciamo tutti i dettagli dei processi che hanno luogo in ciascuno di noi durante questo periodo, ma sappiamo che alla nascita il cervello dell'essere umano non è ancora completamente sviluppato. Noi nasciamo con un cervello ancora piuttosto piccolo, rispetto a quello che sarà poi, e che ha bisogno di anni per raggiungere il suo pieno sviluppo. Come conseguenza di questa nostra particolarità, il nostro cervello finisce di svilupparsi mentre si trova già in contatto con il mondo esterno tramite gli occhi, gli orecchi, l'epidermide e tutti i terminali sensoriali. Quanto è potente quest'azione? E soprattutto che tipo di realtà instaura, che non ha l'eguale in nessun'altra? La trasformazione dell'animale uomo in un essere fondamentalmente culturale non è un prodotto diretto dei suoi geni, ma accade per ogni essere umano dalla notte dei tempi. È un evento necessario ma non geneticamente codificato e con uno sbocco necessariamente un po' diverso da epoca a epoca, da luogo a luogo, da individuo a individuo. Ha tutta l'aria di un corto circuito che s'innesca ogni volta partendo da zero e non lascia traccia. Un fenomeno nuovo, non facile da inquadrare, ma non impossibile da immaginare. Si consideri la scrittura. Diecimila anni fa nessuno scriveva e anche oggi c'è gente che non sa né leggere né scrivere.
Le potenzialità genetiche sono le stesse negli analfabeti di ieri e di oggi come in chi al presente legge e scrive quotidianamente. La differenza è fatta dall'ambiente umano nel quale ci si trova a crescere e poi a vivere. Quando nessuno sapeva scrivere era normale vivere una vita che prescindesse da tale attività. Tutto era organizzato in modo da funzionare anche senza la notazione scritta. Nelle regioni dov'è stata inventata la scrittura, però, è cominciata un'opera d'informazione e di formazione che ha portato i ragazzi ad apprendere molto presto gli elementi del leggere e dello scrivere. Questa pratica, che coinvolge tanto un apprendimento cognitivo esplicito quanto uno procedurale e irriflesso, si è così diffusa, mantenuta e propagata. Una volta inventata, la scrittura ha interessato e interessa un numero enorme di persone perché queste sono state precocemente immerse in un flusso di informazione che non si arresta. È utile che uno sappia scrivere, ma non è tuttavia necessario, né biologicamente né a volte purtroppo socialmente. C'è bisogno, per così dire, di un «innesco»; mentre una volta innescato, il processo si mantiene da solo, anche se a costo di un notevole sforzo organizzativo collettivo. Potrebbe anche darsi che pure il linguaggio parlato sia stato un processo che ha avuto bisogno originariamente di un innesco e che si mantenga attraverso il suo uso continuato. Ogni individuo di ogni generazione diviene quindi un individuo umano grazie alla sua precoce immersione in un ambiente di esseri umani che, nonostante le loro peculiarità e le loro tradizioni, condividono alcuni tratti cognitivi e comportamentali comuni inconfondibilmente umani. Quest'immersione ha luogo quando ancora il cervello di ogni individuo è immaturo e capace di andare incontro ad un complesso di micromodificazioni di un certo tipo piuttosto che a quelle di un altro. Il mondo umano circostante si stampa in sostanza nel corpo e nel cervello di ciascuno di noi.
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