06/07/2011

Portogallo, Moody's taglia il rating Ora il debito di Lisbona è «spazzatura»

Portogallo, Moody's taglia il rating Ora il debito di Lisbona è «spazzatura»

Allerta anche sulla grecia. L'agenzia: avrà bisogno di nuovi aiuti. Frena Wall Street. L'ira della Merkel: non affidarsi a queste valutazioni

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01/02/2010

I dati sui conti svizzeri di evasori tedeschi «offerti» a Berlino

I dati sui conti svizzeri di evasori tedeschi «offerti» a Berlino

 

Rischio di crisi diplomatica con lo confedereazione elvetica. Il governo tedesco sta valutando se comprare le informazioni, che però sono state rubate

 


MILANO - Prendere o lasciare. Sul piatto ci sono i dati sui conti bancari di 1.500 contribuenti tedeschi fortemente sospettati di evasione fiscale: dati che finora sono stati gelosamente custoditi nelle banche svizzere. Sono indicazioni rubate che un informatore ha messo a disposizione del governo e del fisco tedeschi, che però devono pagare 2,5 milioni di euro. Un prezzo non così esoso se si calcola che con quelle informazioni la Germania potrebbe recuperare fino a 100 milioni di euro. Ma si tratta pur sempre di dati rubati, e di mezzo c’è una crisi diplomatica con la vicina Svizzera.

LA PROPOSTA - La vicenda è stata portata alla luce due giorni fa dal giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung che ha rivelato per primo la «proposta indecente» ricevuta dalle autorità nazionali. La «gola profonda» (che sarebbe un dipendente di una filiale di Ginevra della banca britannica Hsbc) ha già passato le informazioni su 5 evasori di spicco e la Germania ha potuto verificare che non si tratta di un bluff. Tra l’altro ognuno di questi cinque – riporta Swissinfo.ch - dovrebbe restituire circa 1 milione di euro.

IL GRUZZOLO TEDESCO - La conferma sull’autenticità delle informazioni offerte alla Germania arriva anche da un’indagine del Wall Street Journal, secondo il quale sarebbero ben 175 miliardi gli euro depositati dai contribuenti tedeschi nelle banche svizzere. Più in generale i tedeschi rappresentano uno dei gruppi più numerosi di evasori che hanno trovato rifugio nel Paese della cioccolata.

LE REAZIONI - Naturalmente la reazione degli svizzeri alla fuga di notizie è stata molto dura. «È piuttosto insidioso che uno stato di diritto faccia uso di dati illegali. È uno sviluppo che non possiamo accettare», ha dichiarato il presidente elvetico Doris Leuthard. Mentre l’associazione dei banchieri svizzeri ha chiesto a Berlino di restituire i dati. Ma il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ancora non si è sbilanciato. Anche perché ufficialmente il dischetto con i file scottanti sarebbe stato offerto al fisco dello Stato del Nord Reno Westfalia.

I PRECEDENTI - Di certo, la Germania ha già acquistato in passato dati bancari rubati al fine di perseguire l’evasione fiscale. Nel 2008 il servizio di intelligence pagò 4,2 milioni di euro a un ex-impiegato di banca per impossessarsi di file riguardanti i conti di un istituto del Liechtenstein. I dati così raccolti portarono tra le altre cose all’arresto di Klaus Zumwinkel, l’allora amministratore delegato di Deutsche Post.

Carola Frediani


01/09/2009

Boffo, la sua difesa: «Distillato di falsità, puro veleno costruito per diffamare»

Boffo, la sua difesa: «Distillato di falsità, puro veleno costruito per diffamare»

 

Boffo, i vescovi sapevano da tempo Cei: "Dovrebbe valutare le dimissioni". Su Avvenire tre pagine dedicate allo scontro con Il Giornale. Scavo: tutto scritto da mani abili, niente affatto disinteressate.


 

Terni - Il fascicolo di condanna c'è. Della vicenda chiusa con il patteggiamento di Guido Boffo e del pagamento dell'ammenda massima prevista: 516 euro per il reato di molestie. È conservato negli archivi del tribunale di Terni. Una vicenda sulla quale stamani non ha voluto fare commenti il procuratore della Repubblica, Fausto Cardella. Il magistrato, che all’epoca dei fatti non guidava ancora l’ufficio, si è limitato a confermare che nessuna iniziativa è stata presa dalla procura in seguito alla pubblicazione della notizie riguardanti Boffo da parte de Il Giornale.

Smentite Nel fascicolo riguardante il procedimento per molestie a carico di Boffo "non c’è assolutamente alcuna nota che riguardi le sue inclinazioni sessuali": a confermarlo ai giornalisti è stato oggi il gip di Terni Pierluigi Panariello. Il giudice si sta occupando della vicenda essendo stato chiamato a decidere in merito alle richieste di accesso agli atti presentate oggi da diversi giornalisti. Sull’istanza dei giornalisti deve esprimere un parere anche il procuratore della Repubblica Cardella. Dopo che lo avrà fatto gli atti passeranno al gip che dovrà pronunciarsi (una decisione è attesa non prima di domani mattina). Già in passato altri cronisti presentarono richiesta di accesso agli stessi atti, ma il gip di allora respinse le istanze.

La condanna La vicenda di Boffo venne definita con un decreto penale di condanna di 516 euro relativo al reato di molestie alla persona, anche se - secondo quanto si è appreso - il pm avrebbe potuto ridurre della metà la pena. Un atto al quale il direttore di Avvenire non fece opposizione e quindi la vicenda si chiuse senza la celebrazione del processo. Nell’indagine venne ipotizzato anche, inizialmente, il reato di ingiurie, ma la querela che ne era alla base - secondo quanto emerge dallo stesso fascicolo - venne poi rimessa. Tra gli atti del procedimento non figurano intercettazioni telefoniche. Ci sono invece i tabulati relativi al telefono di Boffo dal quale partirono le presunte chiamate moleste.

Mogavero (Cei): "Messaggio mafioso" "Sì, ho ricevuto l’informativa su Boffo anch’io e ne sono rimasto indignato". Il vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero, presidente del consiglio Cei per gli Affari giuridici, definisce il dossier "una forma di avvertimento che da siciliano definirei di tipo mafioso". Ricevuta l’informativa sul direttore dell’Avvenire, monsignor Mogavero racconta di averla "cestinata" e di essere "rimasto indignato della cosa. Se infatti - spiega il presidente Cei per gli Affari giuridici - dovesse trattarsi della fotocopia di documenti veri ci sono diverse violazioni di legge e, da alcune analisi fatte, emerge che vi sono diverse incongruenze. Inoltre il fatto che ci possa essere qualcuno che è andato a frugare in una casella giudiziaria di una procura è un reato gravissimo". Un testo del genere, "indirizzato a più persone", ha lo scopo di "un avvertimento" che, osserva il vescovo, "io da siciliano definirei di tipo mafioso" in particolare "nei confronti dei due cardinali citati, Camillo Ruini e Dionigi Tettamanzi".

Pensare alle dimissioni "Se ritiene che tutta la vicenda - dice monsignor Mogavero - pur essendo priva di fondamento, possa nuocere alla causa del giornale o agli uomini di Chiesa, Boffo potrebbe anche decidere di dimettersi". Ma così non sarebbe un’ammissione di colpa? "In effetti in Italia chi si dimette è sempre ritenuto colpevole. Ma non sempre è così. Ripeto: se lo facesse per il bene del giornale e della Chiesa.... Se Boffo accettasse anche di passare per un disgraziato pur di non nuocere alla causa del giornale, farebbe la cosa giusta. Poi nelle sedi opportune si accerteranno debitamente i fatti".

Contro il Giornale L’intera vicenda legata a questa informativa per Mogavero è "un affaraccio brutto, inquietante, spazzatura maleodorante e prestarsi a un gioco di questo genere è offensivo della dignità delle persone, della libertà di stampa e anche di una certa professionalità. Non credo proprio - sottolinea - si tratti di un autentico scoop". Il vescovo di Mazara del Vallo ragiona anche sulle conseguenze del caso Boffo. "Bisogna capire - spiega - che quando si entra nel piano della rappresaglia si sa da dove si comincia ma non si sa dove si va a finire, soprattutto perché esistono persone che poi in queste situazioni ci sguazzano. Certi signori - rimarca - si sono assunti la responsabilità morale di aver messo in moto un meccanismo che speriamo si fermi qui". In merito alla rivendicazione del direttore del Giornale Feltri di avere agito in autonomia dal presidente del Consiglio, Mogavero afferma: "Nessuno nega autonomia a Feltri, ma non sono disponibile a pensare che nessuno della proprietà del Giornale fosse al corrente di quanto si stava per pubblicare, saremmo fuori dal mondo se si sostenesse una cosa del genere. Può essere che non lo sapesse il presidente del Consiglio - conclude -, ma non la proprietà".