27/10/2010

Bin Laden: il divieto del velo giustifica la violenza

Bin Laden: il divieto del velo giustifica la violenza

Il capo di al Qaeda minaccia la Francia in un nuovo messaggio audio. "L'unico modo per conservare la vostra sicurezza è mettere fine alle vostre ingiustizie verso l'Islam attraverso il ritiro dall'Afghanistan"

Continua...


29/04/2010

«Non porti il velo»: violenta la moglie e le rapisce il figlio di tre anni

«Non porti il velo»: violenta la moglie e le rapisce il figlio di tre anni

BIMBI CONTESI. «Te lo riporto morto, piuttosto che farlo ritornare da te». La donna di 29 anni ha denunciato il marito egiziano

 

 

Una manifestazione contro la violenza sulle donne (Foto LaPresse)
Una manifestazione contro la violenza sulle donne (Foto LaPresse)

ROMA - Non portava il velo. Rifiutava di coprirsi il volto quando il marito egiziano invitava gli amici a casa. Una «ribellione» pagata a caro prezzo: a 29 anni una ragazza romana si è ritrovata in un incubo. Anzi, in un doppio incubo: picchiata e anche violentata dal coniuge, un coetaneo che lavora presso un banco di fiori, e privata del figlio piccolo, rapito dal padre durante un viaggio dai nonni in Egitto. Una vicenda andata avanti per quasi un anno, fra minacce, violenze e soprusi. Poi la giovane, disperata per la sorte del bimbo di tre anni e terrorizzata all’idea di non poterlo più vedere, ha deciso di rivolgersi alla polizia denunciando il marito. E il ragazzo è stato arrestato dagli investigatori della Squadra mobile. Nei suoi confronti le accuse sono molto pesanti: sequestro di persona, violenza sessuale, sottrazione di minore, maltrattamenti in famiglia, percosse. Il gip Nicola Di Grazia ha convalidato il provvedimento notificato all’egiziano al suo rientro a Roma per riprendere a lavorare.

(LaPresse)
(LaPresse)

Già nei mesi scorsi la ragazza aveva raccontato agli agenti ciò che era stata costretta a subire. Un’escalation di violenze, arrivate al culmine nel gennaio scorso. Grazie a un escamotage, ora al vaglio degli investigatori, il fioraio è riuscito a far rilasciare un passaporto al bambino che ha seguito i genitori dai nonni. Giunti al Cairo, però, il padre ha obbligato la moglie a ripartire per l’Italia. Un viaggio-trappola, un piano messo a punto anche con minacce alla donna: «Te lo riporto morto, piuttosto che farlo ritornare da te», ha detto l’egiziano, intenzionato a far crescere il figlio dai nonni. Le indagini della polizia, con gli investigatori egiziani e il Servizio di cooperazione internazionale, hanno fatto fallire tutto. Dopo una trattativa con i genitori del fioraio, il piccolo è stato consegnato alle autorità del Cairo e imbarcato su un volo per Roma accompagnato da una hostess delle linee aeree egiziane. Ed è stato così che martedì scorso ha potuto riabbracciare la mamma.

Rinaldo Frignani


26/01/2010

La Francia verso lo stop al velo integrale

La Francia verso lo stop al velo integrale

 

Il rapporto di una commissione parlamentare invita il parlamento a legiferare. «Niqab e burqa offendono i valori nazionali della République» si legge nel documento finale

 

PARIGI - La Francia si prepara a una stretta sul velo integrale in pubblico: una commissione parlamentare si è pronunciata ufficialmente per l'interdizione da uffici e servizi pubblici dell'indumento islamico che occulta il volto della donna. Il burqa, è la conclusione del rapporto, offende i valori nazionali della Francia.

Si tratta degli esiti finali di un iter durato 6 mesi i cui risultati erano molto attesi oltralpe. Molti intenso è stato il dibattito nell'opinione pubblica e nuove polemiche sono attese, nonostante le statistiche dicano che in tutta la Francia siano appena 2.000 le donne che indossano un niqab (velo che lascia spazio solo agli occhi) o un burqa (il viso è interamente coperto). Il rapporto di 200 pagine ha toni prudenti e la commissione, presieduta dal deputato comunista André Gerin, ha stabilito 18 raccomandazioni di vario ordine.

Sul piano strettamente normativo, la proposta faro consiste nell'adozione di una «disposizione che vieti di dissimulare il proprio viso nei servizi pubblici». Il rapporto raccomanda di «optare per uno strumento legislativo» che possa anche essere declinato «per via amministrativa». Questo dispositivo potrebbe in particolare essere applicato nei trasporti pubblici e nei dintorni delle scuole. «La conseguenza della violazione di questa regola non sarebbe di natura penale ma consisterebbe in un rifiuto di corrispondere il servizio richiesto».

La commissione di studio non arriva a suggerire un «divieto generale e assoluto del velo integrale negli spazi pubblici» perché «non esiste al riguardo unanimità». Il rapporto sottolinea come una legge di questa fatta «sollevi comunque questioni giuridiche complesse», poiché comporta una «limitazione dell'esercizio di una libertà fondamentale, la liberta di opinione, nella totalità dello spazio pubblico». Di qui il rischio di una censura da parte del Consiglio costituzionale o di una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Redazione online


31/05/2009

«Via la bigliettaia con il velo» E a Venaria lo indossano tutti

«Via la bigliettaia con il velo» E a Venaria lo indossano tutti

 

Protesta alla reggia sabauda. Del Noce: «Il razzismo non c'entra». La ragazza marocchina: «Non ci faccio più caso, sono stati i colleghi a volermi difendere»

 

Yamna Amellal, la ragazza marocchina che lavora alla biglietteria della Reggia di Venaria Reale (Emmevi)
Yamna Amellal, la ragazza marocchina che lavora alla biglietteria della Reggia di Venaria Reale (Emmevi)

TORINO - Ieri i ragazzi della biglietteria, le guide, gli addetti alla sicurezza — insomma tutto il personale della Reggia di Venaria — si sono presentati al lavoro indossando veli e kefiah. Una protesta e, allo stesso tempo, una manifestazione di solidarietà per una loro collega marocchina, Yamna Amellal, di 35 anni. Il perché dell'iniziativa lo spiega Michele Francabandiera, 29 anni e da cinque uno di responsabili alla reception del castello sabaudo: «Yamna è con noi dal 2007, sempre dietro lo sportello, e fa bene il suo lavoro. Ma il fatto che sia musulmana e indossi il velo ha provocato delle proteste da parte dei turisti».

Un susseguirsi di episodi imbarazzanti e, venerdì scorso, una lettera anonima pubblicata sulla Stampa: «Mi sono presentata alla biglietteria della Reggia di Venaria, storica residenza di Casa Savoia e mi ha colpito non poco notare — ha scritto una visitatrice torinese — che fosse presidiata da due donne islamiche, una addirittura con il velo in testa. Non sarebbe più corretto che il personale indossasse abiti d'epoca dei Savoia? Quella presenza, invece, era decontestualizzata, fuori posto». La risposta del direttore della Reggia, Alberto Vanelli, è stata decisa ma articolata: «Io non ci trovo nulla di male, l'integrazione passa anche attraverso queste cose. Però confesso che, la prima volta che l'ho vista, ho avuto un attimo di perplessità. Già in passato ci è stato fatto notare che sarebbe stato più opportuno avere personale con profonde conoscenze della storia sabauda, ma l'assunzione è avvenuta tramite il Collocamento e una cooperativa di servizi».

Una guida, Sabrina Soccol, 28 anni, aggiunge: «La donna che ha scritto la lettera non si è neppure accorta che l'altra ragazza da lei indicata come islamica è invece italiana, calabrese...». A gettare acqua sul fuoco, il presidente del consorzio che amministra la Reggia, l'ex direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce: «L'opinione della signora, espressa in toni pacati e non oltranzisti, è da rispettare. Allo stesso modo la manifestazione dei colleghi della ragazza marocchina è stata altrettanto legittima e civile. Insomma, non siamo di fronte a un episodio di razzismo come quando l'intera curva di uno stadio insulta Balotelli». A storcere il naso, però, non è stata solo l'anonima lettrice. I colleghi della ragazza marocchina raccontano di episodi di razzismo («Torna a casa tua»; «Quel velo è una provocazione, sono tutti terroristi») e proteste quotidiane: «Spesso capita che qualcuno, per non acquistare il biglietto da Yamna, cambi fila — confida Sabrina Soccol —. E io, che accompagno i gruppi in visita, lo sento: c'è sempre chi commenta negativamente». Ieri, dunque, la protesta. In biglietteria, le colleghe di Yamna si sono presentate con un velo sul capo, i colleghi hanno indossato la kefiah. Ma i gesti di solidarietà hanno contagiato anche agli altri dipendenti (70 persone) delle due cooperative (la Copat e la Rear) che gestiscono i servizi turistici nel castello. «Noi hostess — dice Michela — abbiamo una divisa che prevede un foulard al collo: ce lo siamo messo tutte in testa».

Alla Reggia si è visto il vicesindaco della città, Salvino Ippolito: «Non possiamo discriminare nessuno per motivi religiosi e inoltre la ragazza fa bene il suo lavoro». Lei, Yamna Amellal, sposata con un pakistano, originaria di Khenifra in Marocco, vive a Torino da 5 anni e, per tutta la giornata, è sempre rimasta seduta al suo posto, a staccare biglietti: «A queste cose io quasi non ci faccio più caso, ci sono i miei colleghi a difendermi, è quasi come stare in famiglia. Lavoriamo in un bellissimo luogo e crediamo nella libertà e nella tolleranza. Togliermi il velo? Non ci penso proprio, rappresenta la mia fede. E io sono islamica qui come in qualunque altro posto».

Marco Bardesono


12/10/2008

Ecco la squadra di ragazze afghane «Finalmente un campo senza mura»

Ecco la squadra di ragazze afghane «Finalmente un campo senza mura»

A San Patrignano è sbarcato il team "Roots of Peace":
il loro allenatore perse la gamba su una mina, «Molti in patria ci guardano con ostilità. E se tornano i talebani...»

SAN PATRIGNANO (Rimini) - La vita di Ahmad Faruad, 21 anni, è cambiata per la prima volta quando ne aveva 6. Diede un calcio a un pallone sgargiante abbandonato in un campo a Kabul. Era una mina. «Di quel momento mi ricordo soltanto il suono, un sibilo prolungato come un ihhhhh..». Quando il bimbo riprese conoscenza in ospedale otto giorni più tardi, gli avevano tagliato la gamba all'inguine. Il dolore era lancinante. Antidolorifici pochi. Ma il suo unico pensiero, questo sì dolorosissimo, fu un altro: «Da grande potrò diventare qualsiasi cosa, ma di sicuro non sarò mai un calciatore». E scoppiò a piangere a dirotto.

ALLENATORE - Oggi Ahmad Faruad con la sua stampella gioca a pallone tutto l'anno e di questo sport addirittura ci vive. Perché lui, questo ragazzo smilzo con un ciuffo nero e gli occhi svegli, adesso è un allenatore conosciuto: è il coach della prima squadra afgana femminile di calcio. Praticamente un pezzetto di storia. Loro sono 14 ragazzine, età media 20 anni. Mani curatissime. Occhi truccati con il kajal. Si chiamano «Roots of peace», dal nome della grande onlus americana (un'organizzazione che si occupa di sminare campi per trasformarli in colture da frutta) grazie alla quale la squadra è nata nel 2003. Giocano in maglietta bianca, pantaloni della tuta ovviamente lunghi, la testa coperta con delle bandane abbastanza modaiole. «Nessuno ci obbliga in campo a coprire il capo, ma non vogliamo che qualcuno rompa le scatole», dice Massuda 20 anni, una delle poche che qualche volta si copre con il burka. Anche lei ha dovuto scontrarsi in famiglia per il calcio. Solo che a Massuda è andata peggio delle altre. «Andavo al campo di nascosto – racconta - ma un giorno durante una partita sono arrivate anche le telecamere di una piccola tivù locale». È stata la fine. «Gli amici di mio fratello mi hanno visto in tivù e glielo hanno detto: cosa ci faceva tua sorella in televisione? Quella sera mio padre e i miei fratelli mi hanno picchiato e mi hanno fratturato un polso. Allora ho urlato: o mi date il permesso di giocare o non mi vedrete più. Ma c'è sempre molta tensione in casa».

LA SVOLTA - In ogni caso, sorpresa, la squadra sta andando talmente bene (ha vinto partite e tornei) che ora è stata invitata in Italia. Così Roia, Massuda e le altre sono sbarcate a San Patrignano a Rimini nella giornata antidroga, il "Drugs Off day". Capitanate naturalmente da Faruad. «E oggi è stata anche la prima volta – racconta Roia, l'attaccante - che abbiamo giocato in un campo senza muri» . Sembra proprio una favola la storia della della squadra. «Nel 2002 ero a Kabul con mia figlia di 18 anni – ricorda Heidi Kuhn, la direttrice di «Roots of peace» – c'era una fila di 200 persone senza una gamba davanti all’ambulatorio di Alberto Cairo di Emergency. Mia figlia mi dice: mamma non possiamo fare una foto e tornare a casa come se niente fosse. Così si mette a parlare con Faruad che in quel momento era in fila con gli altri. "Ti posso aiutare?" Faruad risponde: “Non credo: quello che vorrei con tutto il mio cuore è giocare a calcio". Detto fatto, la signora Heidi decide in un secondo: ti paghereme 20 dollari al mese. Sei assunto come allenatore».
1901332858.JPG194271770.JPG2066436166.JPG1015753366.JPG2084858633.JPG

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
IL TEAM - La squadra è poi nata alla spicciolata. Le prime sono state Roia e sua sorella. Poi è arrivata Malala, 18 anni, che sogna di diventare una campionessa. Con il passaparola sono arrivate le altre. Le famiglie hanno dato il permesso perché le ragazze vengono prelevate e riaccompagnate a casa e perché il giorno dell’allenamento hanno diritto a un pasto. «Il calcio è meraviglioso», si illuminano tutte. Ma attenzione, non sono tutte rose e fiori. Molti le guardano con ostilità. Altri pensano che siano cattive ragazze. La giovanissima Malala per un attimo smette di sorridere: «So che se tornassero i Talebani al governo, noi saremmo uccise. Prego tutti i giorni che non sia così».

16:51 Scritto in ATTUALITA' | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: sport, afganistan, donne, talebani, velo | OKNOtizie | |  del.icio.us | | Digg! Digg |  Facebook