19/05/2011

Milano, ecco la "cura" dell'ultrà Pisapia: case ai rom, nozze gay, tasse sull'auto

Milano, ecco la "cura" dell'ultrà Pisapia: case ai rom, nozze gay, tasse sull'auto

Nei programmi del candidato sindaco di centrosinistra c’è anche la revoca delle ordinanze sulla sicurezza e il voto agli stranieri. L'avvocato vuole anche istituire un registro per le nozze gay e depotenziare i vigili

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18/05/2011

I mal di pancia della Lega: «Colpa del Pdl» E Salvini: «Chiediamo scusa ai milanesi»

I mal di pancia della Lega: «Colpa del Pdl» E Salvini: «Chiediamo scusa ai milanesi»

Tosi (Verona): «Ci fanno perdere». Fontana (VARESE): «Paghiamo una campagna troppo soft». L'uomo simbolo del Carroccio a Milano: «La Moratti ha sbagliato, Pisapia ha fatto bene il suo lavoro»

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10/03/2011

Veltroni «chiama» Renzi. E lui stronca il partito

Veltroni «chiama» Renzi. E lui stronca il partito

L'incontro. «Le firme? Non servono a nulla. Mi auguro che Berlusconi possa dimostrare la sua innocenza». Asse per le primarie

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13/01/2011

Sale la tensione, il Pd si divide: MoDem voterà contro Bersani

Sale la tensione, il Pd si divide: MoDem voterà contro Bersani

L'annuncio di Paolo Gentiloni che ha anche criticato la posizione del segretario sulla Fiat

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01/09/2009

Veltroni fa il commissario antimafia ma chiude gli occhi sul vero "delitto"

Veltroni fa il commissario antimafia ma chiude gli occhi sul vero "delitto"

 

L’ex sindaco di Roma, in campo per lo scioglimento del Comune di Fondi, si dimentica dei guai ben peggiori di un paese campano. Guidato dal Pd


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C’è consiglio comunale e consiglio comunale. Per Walter Veltroni, disoccupato della politica diventato professionista dell’antimafia, quello «mafioso» è solo quello di Fondi, a guida centrodestra, di cui da settimane chiede lo scioglimento «per l’evidente intreccio tra poteri criminali e politica». Un attivismo senza precedenti per la legalità, che ovviamente sta a sinistra e mai a destra. Mai una parola su un altro comune poco distante, a guida Pd, che vanta il non invidiabile record di esser stato il primo consiglio comunale ad essere stato sciolto dall’attuale governo, per conclamate infiltrazioni camorristiche. Parliamo di Castello di Cisterna, 7mila anime in provincia di Napoli. Pochi chilometri quadrati ma con un fitto grumo d’interessi edilizi su cui hanno messo le mani le due potenti cosche locali: Rega e Ianuale. A guidare la giunta, prima del ciclone del 3 luglio, erano il sindaco dello Sdi, Aniello Rega, e il suo vice del Pd, Clemente Sorrentino. La Commissione d’accesso antimafia non aveva perso tempo per insediarsi dopo le elezioni comunali vinte dal centrosinistra nel maggio del 2006. Pochi mesi dopo arriva la richiesta di scioglimento approvata dal governo poche settimane fa.
«Una decisione politica, questo non è un comune condizionato dalla camorra. Aspettiamo le motivazioni del decreto, poi agiremo anche con ricorsi e, se serve, azioni legali con richieste di risarcimenti», sostiene Sorrentino. Non la pensa così il deputato del Pdl Amedeo Laboccetta, componente della Commissione antimafia, che per mesi ha chiesto di mandare a casa il sindaco e i suoi consiglieri «colpevoli» di non aver saputo respingere le richieste della camorra.
Le dettagliate interrogazioni del deputato riguardavano, ad esempio, l’informativa antimafia del prefetto, ignorata, che invitava il sindaco a revocare le autorizzazioni a favore del ristorante della moglie del boss Giovanni Rega; la direzione dei lavori, da parte del vicesindaco, per la costruzione di una sopraelevazione del palazzo della madre del boss Ianuale; o le spese del matrimonio di un assessore pagate con danaro pubblico da un ex consigliere regionale inquisito per mafia. Al centro del lavoro dei commissari ci sono in particolare le presunte connivenze tra alcuni esponenti della maggioranza e i parenti di due boss della malavita su atti amministrativi e interessi edilizi.
I commissari hanno spulciato i documenti su appalti pubblici, concessioni edilizie e politiche ambientali. Setacciati gli atti sugli affidamenti diretti dall’ente a varie ditte. «Le conclusioni della commissione di accesso agli atti amministrativi e quelle di vari organismi di polizia andavano nella stessa direzione - afferma Laboccetta - quella delle infiltrazioni mafiose nel comune». Ma per il centrosinistra locale, quello del deputato Pdl era «sciacallaggio politico». A giugno, nonostante il lavoro della Commissione, il sindaco Rega non ha esitato ad avviare i preparativi per candidarsi alle provinciali di Napoli. La marcia indietro è arrivata probabilmente con le voci di un imminente scioglimento della giunta. Che l’amministrazione di Rega navigasse in acque poco limpide lo si era capito anche da un’altra inchiesta, che ha coinvolto l’assessore Giosafatte Nocerino, che nel 2004, quando era nella Margherita, si fece pagare, questa è l’ipotesi della procura di Napoli, il pranzo nuziale con 20mila euro provenienti dai fondi della Regione. I soldi li avrebbe ricevuti dall’ex consigliere regionale Roberto Conte, ex Margherita poi Pd, arrestato nel 2008 e condannato il 4 giugno per concorso esterno in associazione mafiosa. Non c’è solo Fondi. Qualcuno lo faccia presente al commissario Veltroni.


18/02/2009

Veltroni: non ce l'ho fatta, vi chiedo scusa

Veltroni: non ce l'ho fatta, vi chiedo scusa

 

Il «day after» del segretario dimissionario tra rimpianti e prospettive future. «Ma il Pd resta un sogno che si è realizzato. Ora nessuno pensi di tornare al passato». «Basta sinistra salottiera»

 

Walter Veltroni durante l'intervento di addio alla sala Adriano (Lapresse)
Walter Veltroni durante l'intervento di addio alla sala Adriano
MILANO - Il Pd non è nato come un «partito-Vinavil» capace di «tenere incollata qualsiasi cosa». E' al contrario un progetto ambizioso e a lungo termine, finalizzato a «far diventare il riformismo maggioranza nel Paese». Un partito inserito nella società, capace di raccoglierne le istanze e gli umori. Capace di voltare pagina e superare «questa Italia da Gattopardo». E di sconfiggere una destra e un Berlusconi che hanno vinto «una battaglia di egemonia nella società» e che ora «hanno la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio». Per fare questo occorreva dar vita ad un partito nuovo, mai visto nella storia italiana del dopoguerra. Tuttavia, «io non ci sono riuscito ed è per questo che lascio e chiedo scusa». Walter Veltroni spiega così, in un intervento di commiato davanti alla stampa e a molti dirigenti del centro sinistra, le dimissioni da segretario del Partito democratico all'indomani della sconfitta elettorale in Sardegna. Un risultato, quello sardo, che ha certamente influito sulla decisione ma che non ne è stato la causa: «già nei giorni scorsi - sottolinea l'ormai ex numero uno del centrosinistra - era chiaro che si dovesse aprire una pagina nuova». Dario Franceschini assumerà il ruolo di reggente del partito fino a che non sarà presa una decisione sul nuovo vertice. E per sabato è convocata l'assemblea costituente del Pd che avrà all'ordine del giorno le dimissioni del segretario e gli adempimenti statutari conseguenti.

IL RIMPIANTO - Veltroni inizia il suo intervento nella sala Adriano di Piazza Di Pietra a Roma parlando di «rimpianto», per un'idea buona ma partita troppo tardi, perché «il Pd doveva nascere già nel 1996», dopo la vittoria elettorale di Prodi. «L'idea alla base dell'Ulivo - spiega Veltroni - era la possibilità di cambiare il Paese, cosa che il governo Prodi, che al suo interno aveva due ministri che sarebbero poi diventati presidenti della Repubblica, aveva iniziato a fare. E se l'esperienza di quel governo fosse stata portata a termine, tutto il corso della storia italiana sarebbe stato diverso». E oggi che il Partito democratico è nato, aggiunge, è la «realizzazione di un sogno» perché dal dopoguerra «non c'è mai stato un ciclo veramente riformista». L'Italia, secondo Veltroni, è un po' quella da Gattopardo, una nazione che non riesce a cambiare mai nel suo assecondare vocazioni e privilegi e che il centrodestra a suo dire interpreta assai bene. «E qui sta, secondo me, la sfida principale del Partito democratico, ovvero la sua vocazione maggioritaria: conquistare il consenso con una maggioranza reale, perché dal 1994 noi non abbiamo mai avuto la maggioranza degli italiani ma è a quella che dobbiamo puntare. Perché se non creiamo una grande forza riformista, questo Paese non cambierà mai».

 

IL PARTITO-VINAVIL E L'EGEMONIA DI BERLUSCONI - «Il Pd - puntualizza Veltroni - non deve essere una sorta di Vinavil che tiene incollata qualunque cosa. E' nella società che deve essere chiara la nostra proposta. La destra ha vinto, il successo del Pdl per noi è difficile da capire. Berlusconi ha vinto una battaglia di egemonia nella società, perché ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio, anche quando il vento è più basso, ma sapendo che se la vela è posizionata nella giusta direzione, prima o poi arriverà il vento alle spalle che spingerà in avanti». Ma il vero problema, secondo Veltroni, non è la politica di Berlusconi, bensì il fatto che questa posizione riesca a conquistare consenso tra gli elettori.

«IL PD IO L'HO VISTO» - Il segretario uscente ha poi spiegato i tre punti su cui il Pd ha cercato di impegnarsi in questi mesi. A partire dalla semplificazione della vita politica e sociale del Paese, concetto, questo, che «non è figlio della volontà di ridurre le differenze, ma è l'idea di una democrazia che decida». Poi l' innovazione programmatica, il superamento dei vecchi schemi della sinistra, per affrontare le nuove sfide della società. E, terzo, l'innovazione della forma partito: «Speravo se ne potesse realizzare uno nuovo, aperto» con una partecipazione forte dal basso, «non come nella destra dove c'è uno solo che decide». «Io a tratti il Partito democratico l'ho visto» sottolinea però Veltroni ricordando tutti i principali momenti di coinvolgimento della base popolare del centrosinistra, dalle elezioni dello scorso anno alla manifestazione del Circo massimo, passando per le iniziative a difesa della Costituzione.

«NON CE L'HO FATTA» - Viene poi il momento dell'assunzione di responsabilità. «Non ce l'ho fatta a fare il partito che sognavo io e che sognavano i 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie - dice con determinazione -. Non ce l'ho fatta e me ne scuso. Sento di non aver corrisposto alla spinta di innovazione che c'era e di non averlo fatto forse per un riflesso interiore che mi ha portato al tentativo costante di tenerci uniti». Del resto, «in questo partito c'è bisogno di più solidarietà, che ci si senta tutti maggiormente squadra, che vi sia una partecipazione comune ad un disegno che è compito di chi è chiamato a dirigere assicurare». «Penso - evidenzia poi Veltroni - che il passaggio che si farà nei prossimi giorni si dovrà accompagnare a energie nuove, dovremmo fare un partito capace di raccogliere sempre di più la sua esperienza, capace di non chiedere più a nessuno "da dove vieni", ma solo "dove vai"». Alla manifestazione del 25 ottobre, ad esempio, «c'erano solo bandiere del Pd, non quelle dei vecchi partiti».

«BASTA CON LA SINISTRA SALOTTIERA» - Per Veltroni è necessario «passare da sinistra salottiera, giustizialista e conservatrice» ad un centrosinistra che creda nella legalità, che abbia coraggio di cambiare, che riscopra il contatto con la società: insomma, «fuori dalle stanze e dentro la vita reale delle persone».

«SCELTA DOLOROSA MA GIUSTA» - «Ma io non sono riuscito a fare tutto ciò ed è per questo che mi faccio da parte - ribadisce ancora una volta il segretario uscente -. E' una scelta dolorosa ma giusta, anche per mettere al riparo il Pd da ulteriori tensioni e logoramenti. Era chiaro già nei giorni scorsi che si dovesse aprire una pagina nuova». «Non chiedete con l'orologio in mano a chi verrà dopo di me di ottenere subito dei risultati» dice poi Veltroni, perché «un grande progetto richiede anni, come è capitato con Mitterand o Lula». In Germania o in Gran Bretagna, ricorda poi Veltroni, i progressisti hanno perso le elezioni locali e nessuno si è dimesso. «Noi invece in questi anni abbiamo cambiato sei o sette leadership, mentre Berlusconi è sempre lì, che vinca o che perda. Quindi - dice il leader del Pd - a chi verrà dopo di me si conceda il tempo di lavorare, quello che io forse non mi sono conquistato sul campo». C'è spazio anche per una citazione biblica: «Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te. Anzi, a me è stato fatto, ma io non lo farò». Veltroni invita poi a recuperare l'orgoglio dell'appartenenza e considerando che il lavoro da fare per cambiare il paese è molto, puntualizza, «non si può mettere insieme tutto e il contrario di tutto», ma «è necessario che la spinta riformista prevalga».

«VERRA' IL TEMPO...» - «Il Pd dovrà unire il Paese - commenta infine l'ex segretario al termine del suo messaggio di commiato - mentre la destra lo vuole dividere. Unirlo tra forze sociali, tra nord e sud, tra giovani e anziani. Verrà un tempo in cui questo possa accadere. Io spero di avere dato un contributo. Ora lascio ma con assoluta serenità e senza sbattere la porta, al contrario cercherò di dare una mano a questo progetto. Quando camminerò per la mia città - dice in conclusione Veltroni annunciando di aver già chiesto che gli venga revocata la scorta e dedicando un lungo capitolo ai ringraziamenti di tutte le persone che hanno collaborato con lui in questi mesi (con un pensiero anche a i presidenti delle Camere, Fini e Schifani, definiti "interlocutori corretti) - avrò la sensazione di aver passato la mia vita a fare cose per gli altri. Sono più portato ad essere uomo delle istituzioni che uomo di partito. Adesso avrò modo di gestire il mio tempo». Poi un'esortazione finale: «Non bisogna tornare indietro. Oggi ci sono le condizioni perché questo partito possa finalmente realizzare il sogno di una maggioranza riformista in questo Paese, il sogno di una stagione in cui il riformismo si fa maggioranza. Non venga mai la tentazione di pensare che c’è uno ieri migliore dell’oggi».

 


17/02/2009

Veltroni rimette il mandato No dei vertici del Pd: «Resti»

Veltroni rimette il mandato No dei vertici del Pd: «Resti»

 

E Di Pietro attacca: «noi l'unica opposizione». Il segretario si prende altro tempo per decidere. Non escluse le dimissioni. Vertice nel pomeriggio

 

Walter Veltroni (Emblema)
Walter Veltroni
ROMA - Il pesante insuccesso alle regionali in Sardegna scuote il Pd e ora Walter Veltroni medita l'addio. Aprendo in mattinata il coordinamento del partito (presenti tra gli altri Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi, Piero Fassino e i capigruppo di Camera e Senato Antonello Soro e Anna Finocchiaro) dedicato proprio alla sconfitta elettorale del centrosinistra in Sardegna, il segretario dei democratici ha messo il suo mandato a disposizione. «Se per molti sono un problema, io sono pronto ad andarmene per il bene del partito» avrebbe detto Veltroni, raccogliendo il secco "no" del vertice del partito.

DIMISSIONI NON ESCLUSE - I vertici del Pd infatti hanno respinto le dimissioni di Veltroni , confermandogli piena fiducia. Il leader dei democratici a questo punto ha scelto di prendersi un po' di tempo: un'ora e mezza per riflettere e decidere. La riunione del coordinamento è stata aggiornata alle 15.30 proprio per concedere al segretario un momento di riflessione. A quanto si apprende, Veltroni non escluderebbe di dimettersi nonostante la sua proposta di rimettere il mandato sia stata respinta all'unanimità dai big del partito. Durante il coordinamento, il segretario dei democratici avrebbe spiegato che il partito sta pagando il prezzo delle divisioni e dei continui distinguo, confessando anche di aver già fatto molta fatica a gestire quest'ultima fase.

MANDATO PIENO? - Nessuno dei partecipanti alla riunione, racconta chi era presente, avrebbe preso in considerazione l'ipotesi di un congresso anticipato, mentre Anna Finocchiaro avrebbe chiesto la convocazione della direzione, non ritenendo il coordinamento la sede politica idonea per una vera discussione sull'analisi del dopo-Sardegna. È propobabile, azzarda qualcuno dei big democratici, che Veltroni alla fine opti per una sorta di nuova investitura, per avere un rinnovato mandato pieno così da ricalibrare la linea, ma allo stesso tempo, far rientrare le critiche interne, ricompattando il partito. L'obiettivo a quel punto diventerebbe quello di capovolgere il risultato sardo in vista delle elezioni europee e amministrative.

VELTRONI E CACCIARI - «Veltroni faccia quello che non è riuscito a fare finora. Ha il pieno rinnovo della mia fiducia per fare un partito nuovo» è la richiesta di Francesco Rutelli, mentre secondo il sindaco di Venezia Massimo Cacciari le responsabilità della sconfitta del Pd in Sardegna non sono da attribuire né a Soru né a Veltroni. «È il Pd nel suo insieme che non va» ha detto il primo cittadino di Venezia.

DI PIETRO - Da parte sua intanto anche il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro tira le somme del voto in Sardegna, senza risparmiare una stilettata al partito democratico: noi dell'Italia dei valori, sostiene l'ex pm, siamo «l'unica opposizione» rimasta nelle istituzioni e nelle piazze, che ora vuole «costruire un'alternativa al modello di dittatura sudamericana che sta portando avanti Berlusconi». «L'Idv sale e il Partito democratico scende. Ciò dimostra che quando si sta all'opposizione si fa opposizione e non si "fa ammuina". Se il Pd non decide se essere maschio o femmina, finisce per non essere nessuno» afferma ancora Di Pietro.

 

 

 


15/01/2009

Veltroni attacca la tv dei superpremi

Veltroni attacca la tv dei superpremi

 

Il segretario del pd: «e' giunto il momento di ritrovare la sobrietà e la solidarietà». «Le trasmissioni in cui si guadagnano milioni senza saper fare nulla trasmettono un messaggio sbagliato»

 

Max Giusti conduce «Affari tuoi» (Ansa)
Max Giusti conduce «Affari tuoi»
ROMA - Non si sa se pensasse ad «Affari tuoi» o magari al «Grande fratello» o a «Chi vuol esser milionario». Ciò che è certo è che il segretario del Pd Walter Veltroni ha attaccato le trasmissioni televisive in cui «si guadagnano milioni senza saper fare nulla», perchè trasmettono alla società un «messaggio sbagliato».

CRITICA - La critica è stata mossa dal segretario del Pd intervenendo all'incontro del suo Partito con il Terzo settore. «Alcune trasmissioni - ha detto Veltroni - mi sembrano marziane. L'idea di guadagnare milioni senza saper fare nulla, mentre ci sono persone che non possono comprarsi un maglione è sbagliata, è un messaggio sbagliato». Dopo anni, ha detto ancora Veltroni, in cui si è costruita «una società solipsistica e individualistica» è giunto il momento «di ritrovare la sobrietà e la solidarietà, uscendo dalla sbornia da carta di credito, la sbornia di un Paese che ha consumato senza poter pagare». Una critica quella del segretario del Pd che trova originale anche in un'affermazione del premier Silvio Berlusconi di qualche giorno fa: «Ho visto in tv l'apertura del Grande Fratello: è sempre interessante e magnetico». Veltroni ha voluto far capire che la pensa in modo opposto.

 


20/12/2008

Veltroni: «Scuola di politica al Sud»

Veltroni: «Scuola di politica al Sud»

Ironia di Berlusconi: «Non so che dire, proposta troppo intelligente». Il leader Pd: «Ho chiesto a Saviano di partecipare». Lo scrittore: «Ok, ma via i dirigenti collusi»

 

 

 

Roberto Saviano (LaPresse)
Roberto Saviano
                                                 

 

 

ROMA - «Abbiamo intenzione di creare una nuova scuola di formazione politica nel Mezzogiorno. Così il segretario del Pd, Walter Veltroni, alla direzione del Pd: «Giovedì ho chiesto a Roberto Saviano di partecipare a questa iniziativa e lui ha accettato». Lo scrittore ha precisato che ha accettato a patto che vengano allontanati «i dirigenti collusi».

LA LEGALITÀ - La scuola si occuperà di formare «una nuova leva di amministratori» e avrà il centro «i temi della legalità». Veltroni ha reso noto di aver chiesto all'autore di Gomorra di partecipare ai lavori della scuola ricevendo un sì. «Sono segni di speranza che dobbiamo incoraggiare - ha commentato Veltroni - e dai quali dobbiamo attingere energie».

SAVIANO: «VIA DIRIGENTI COLLUSI» - «Sarò lieto di tenere una lezione alla scuola di formazione nel Mezzogiorno, a condizione però che il Pd si impegni a portare avanti un doveroso percorso di azzeramento della classe dirigente (meridionale e non solo) collusa e compromessa, che ha purtroppo dimostrato di essere inadeguata alla realtà territoriale», ha precisato Saviano. «Solo così tali iniziative potranno finalmente avere un impatto positivo sul territorio e si dimostreranno effettive volate al cambiamento», ha proseguito l'autore. «Io sono uno scrittore e non un politico, quindi ho il privilegio di poter parlare a tutti, perché prima di ogni differenza o divisione c'è la legalità che è la premessa assoluta e non la conseguenza della dialettica democratica. Non dimentichiamo che le mafie sono unite, è tempo che lo sia anche chi vuole contrastarle».

BERLUSCONI: «PROPOSTA TROPPO INTELLIGENTE» - Ironia sull'iniziativa da parte di Silvio Berlusconi: «Non mi viene nulla di intelligente da dire. Evidentemente è una proposta troppo intelligente a cui non so rispondere».

 

 


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06/12/2008

È scoppiata la Tangentopoli del Pd

È scoppiata la Tangentopoli del Pd

veltroni d'alema.jpegRoma - Il gen. Veltroni dispiega le sue truppe sul fronte del Sud. È cominciato il nuovo Wargame democratico. Il portavoce dell’esercito confederato, il tenente colonnello Giorgio Tonini, ha lanciato l’ultimatum. Il diktat è secco ed è rivolto ai dalemiani. «Ritiratevi - ha proclamato Tonini sull’Espresso - o vi stermineremo tutti». Il gen. D’Alema, tornato dal paese di Pancho Villa, pseudonimo di Doroteo Arango Arambula, col proposito di fare piazza pulita delle truppe veltroniane, ha chiesto la tregua e riconosce la leadership dell’ex sindaco di Roma. Fuori di metafora sta per iniziare la più drammatica battaglia finale fra i due dioscuri del Pd. L’esito non è scontato. Il modello di Wargame elaborato dagli strateghi veltroniani ricorda la battaglia finale contro Craxi condotta negli anni in cui regnava Occhetto e Mani Pulite liquidava l’anomalia socialista.

Non c’è realtà del Mezzogiorno, con punte che arrivano fino a Firenze, in cui la «questione morale» non stia devastando il potere locale del Pd. Il caso limite è a Napoli dove un’intera stagione, contrassegnata dal super potere di Antonio Bassolino e dall’annichilimento di tutta la classe politica avversaria, sta volgendo al termine. Un’inchiesta via l’altra sembrano scandire gli ultimi giorni dell’impero di don Antonio. La Calabria è un altro dei nervi scoperti del potere Pd e più in generale del vecchio centro-sinistra. La Basilicata è entrata nell’occhio del ciclone. Si attendono notizie dalla Puglia.

Il Pd meridionale è quasi interamente dalemiano. Non c’è dappertutto una gestione diretta del líder Maximo, ma tutti i protagonisti della vita politica, e spesso delle inchieste, hanno fatto riferimento all’ex premier. Veltroni, appena incoronato capo del partito avverso a Berlusconi, si era segnato in agenda la resa dei conti nel Sud. Per un lungo periodo aveva rifiutato l’idea di un coordinamento del Pd del Nord per evitare che il coordinamento del Pd del Sud finisse nelle mani di Nicola Latorre, splendido luogotenente di Massimo D’Alema. In questa parte del Paese il tentativo di inserimento del nuovo leader si era bloccato di fronte alle resistenze dei dalemiani. Una classe dirigente ex comunista e democristiana, che aveva cercato nel potere locale quella forza che perdeva nel radicamento sociale, si era rivolta a D’Alema come al suo principale protettore. E D’Alema aveva accettato l’investitura persino nel feudo di Antonio Bassolino che, dopo aver tentato di fare della Campania la roccaforte antidalemiana, si era dovuto arrendere alla proposta di protezione dell'ex premier. D’Alema impelagato nel Sud, Veltroni re indiscusso e spodestato del regno di Roma. Di qui la tentazione della battaglia finale.

Non si capisce l’alleanza con Di Pietro se non si coglie l’incombere della «questione morale» nel Pd. D’Alema, come Bettino Craxi, ha sviluppato le sue qualità di leader coprendo e facendosi forza di un sistema di potere nel partito che ha badato alla sostanza. Dovunque c’erano voto e consensi lì il sistema di potere si metteva all’ombra del grande capo. Negli anni questo reticolo di rapporti è diventato un dominio pressoché incontrastato su tutto il partito del Sud che aveva avuto accesso al governo locale. La parentesi di Fassino era trascorsa senza modificare i rapporti di forza. Il segretario sabaudo non aveva neppure tentato di mettere naso nelle faccende del Sud. Veltroni ha questa ambizione. Ma soprattutto pensa di far pagare a D’Alema il prezzo della copertura di tutti i cacicchi del Sud. Quasi vent’anni dopo Mani Pulite, l’erede di Occhetto pensa di costruire la propria fortuna e di liquidare il suo amico-nemico di sinistra con la definitiva battaglia per la «questione morale».

Vent’anni fa il partito di Occhetto ottenne la liquidazione del Psi di Craxi. Oggi il Pd di Veltroni, adottando contro D’Alema la strategia che liquidò Craxi, è sul punto di esplodere. È un buffo contrappasso della storia quello per cui chi sopravvisse alla «questione morale» rischia di pagarne le conseguenze pochi decenni dopo. Il Wargame è appena agli inizi. Walter ha disposto le truppe dei propagandisti, interi gruppi editoriali sono stati messi in allarme. Ma D’Alema è un osso duro.


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