30/12/2011

Partite truccate, complici, nomi: le ammissioni di Gervasoni

Partite truccate, complici, nomi: le ammissioni di Gervasoni

Dal verbale dell'interrogatorio dell'ex difensore del Piacenza spuntano svariate gare addomesticate, le modalità di esecuzione delle combine e l'identità di altri presunti colpevoli degli accordi in campo. Gli interrogatori riprenderanno a gennaio.

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22/10/2010

Sarah Scazzi, ecco i verbali di Michele Misseri

Sarah Scazzi, ecco i verbali di Michele Misseri

Nella seconda confessione, tratta dall'ordinanza emessa dal gip di Taranto e pubblicata dall'Ansa, lo zio reo confesso parla anche del ruolo di Sabrina, che avrebbe trascinato la cugina nel garage dove sarebbe avvenuto il delitto

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08/09/2010

Riciclaggio, l'ex senatore Di Girolamo: «Mokbel mi minacciava e mi picchiava»

Riciclaggio, l'ex senatore Di Girolamo: «Mokbel mi minacciava e mi picchiava»

«Dominava tutti per la sua forza economica e i rapporti con persone poco raccomandabili». I verbali dell'interrogatorio dell'esponente del Pdl, coinvolto nell'inchiesta dello scorso febbraio

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13/01/2010

I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»

I verbali di Ciancimino : «Rapporti diretti tra Dell'Utri e i boss»

 

MAFIA: «il covo di Riina non perquisito per un accordo». L'accusa: «Vedeva Provenzano e ha gestito soldi che appartenevano a Bontate». La replica: «è un pazzo»

 

Vito Ciancimino con figlio
Vito Ciancimino con figlio

PALERMO — «Sicuramente il Dell’Utri ha gestito soldi che appartenevano sia a Stefano Bontate che a persone a loro legate», dice Massimo Ciancimino riferendosi al senatore del Popolo della Libertà e al capomafia degli anni Settanta. Il pubblico ministero domanda da dove il figlio dell’ex sindaco corleonese di Palermo Vito Ciancimino tragga tanta sicurezza , ma la risposta è coperta da un lungo «omissis». Si riprende a parlare dei rapporti tra Marcello Dell’Utri e un altro boss, Bernardo Provenzano. Di che tipo erano? «Molto stretti, molto stretti... C’era rapporto diretto, tant’è che mio padre quando aveva bisogno di avere favori da quel partito che poi era nato (Forza Italia, ndr), bozze di legge, il punto di riferimento era sempre il Lo Verde», che poi sarebbe Provenzano.
Dice proprio così, Massimo Ciancimino, in uno degli oltre venti verbali riempiti in un anno e mezzo di interrogatori depositati al processo contro gli ufficiali del carabinieri Mori e Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato per la presunta mancata cattura dello «zio Binnu»: negli anni Novanta, tramite il latitante più longevo di Cosa Nostra, a suo padre all’epoca detenuto arrivavano i disegni di legge da discutere in Parlamento. Compreso uno presentato da alcuni deputati del centrodestra a favore della dissociazione dei mafiosi: «Fu fatto avere da Dell’Utri a Provenzano e Provenzano lo fece avere a suo padre?», domanda il pubblico ministero riassumendo quel che il giovane Ciancimino ha detto fin lì, e il testimone (imputato in un altro processo dov’è stato condannato per riciclaggio) conferma: «Sì».
Non si fermano dunque alla «trattativa» del 1992 le fluviali deposizionidel figlio dell’ex sindaco condannato per mafia morto nel novembre 2002. Parla di contatti e contrattazioni proseguiti anche dopo, di cui suo padre— dice— fu «agnello sacrificale» nella stagione in cui i partiti tradizionali furono spazzati via dalle inchieste giudiziarie e sulla scena politica irruppe Forza Italia, fondata da Silvio Berlusconi con l’apporto di Dell’Utri. Ciancimino jr riassume così, dopo un altro «omissis», i ragionamenti dell’ex sindaco: «Io vendo Riina, mi arrestano, e chi mi sostituisce, continua a dialogare col Provenzano e poi va alla fase della nascita di questo partito è Marcello Dell’Utri». Che suo padre non conosceva, a differenza del boss latitante.

CONTATTI DIRETTI DELL'UTRI PROVENZANO - I magistrati chiedono se ci sono stati colloqui diretti tra Provenzano e il senatore, e Massimo Ciancimino risponde: «Sì, erano stati fatti, l’amico gli aveva spiegato che si erano riuniti...», e il verbale torna ad essere segreto. Quale fosse il canale il testimone dice di non saperlo, ma «sicuramente era diretto... Mio padre parlava direttamente con Lo Verde (cioè Provenzano, ndr) e Lo Verde parlava con Dell’Utri. Questo è quello che mi ha riferito mio padre». Il quale commentava col figlio i pizzini in cui il boss discuteva, nel 2000, della possibile amnistia e di altre vicende: «Dell’Utri gli manda a dire che era stata fatta una riunione a tal proposito, che loro erano tutti d’accordo a votare l’amnistia da cui mio padre si aspettava tanto». Al giovane Ciancimino, però, non piace parlare di certi argomenti: «Come ho avuto paura a suo tempo, continuo ad avere paura adesso».
Racconta di strane visite di personaggi qualificatisi come carabinieriche gli consigliavano di non parlare della trattativa, e l’incontro avuto qualche mese fa a Parigi («era il giorno che dovevo prendere il papello», cioè il foglio recapitato nel ’92 con le richieste mafiose allo Stato per far cessare le stragi) col giornalista ex senatore di Forza Italia Lino Iannuzzi: «È un personaggio che mio padre conosceva da tempo, lo collocava vicino ad ambienti di Servizi... Mi ha chiesto spiegazioni in quello che era la trattativa...». L’attendibilità delle dichiarazioni di Massimo Ciancimino è tutta da verificare, anche se i pubblici ministeri di Palermo lo ritengono credibile. Per questo lo porteranno a testimoniare nel processo contro Mori e Obinu, accusati di aver lasciato libero Provenzano, nel 1995; forse per i «patti» siglati con l’ex sindaco (e tramite lui con lo stesso boss) in cambio della cattura di Riina. Ipotesi che i due imputati, e con loro l’ex capitano Ultimo che mise le mani sul capomafia corleonese il 15 gennaio 1993, hanno sempre respinto con sdegno.

LE GARANZIE SUL COVO DI RIINA - Le «garanzie» sul covo di Riina Ma Ciancimino jr racconta un’altra storia, e spiega che quando si venne a sapere della mancata perquisizione del rifugio del latitante (episodio per il quale Mori e Ultimo sono stati già processati e assolti), suo padre commentò che così doveva andare: «Era una delle garanzie che mio padre chiese ai carabinieri, e che i carabinieri ovviamente diedero... Riina era solito vantarsi di tutta una serie di documentazione che conservava, perché se un domani lo avessero dovuto arrestare crollava l’Italia, succedeva un finimondo». Magari lo «zio Totò» bluffava, ipotizzavano Provenzano e Ciancimino, ma meglio non rischiare: «Una delle cose che bisognava fare era mettere al sicuro tutto questo patrimonio di documentazione».
Quanto ai colloqui tra i carabinieri e suo padre, il testimone riferisce che furono gli stessi ufficiali Mori e De Donno (quest’ultimo gli avrebbe promesso che su quei contatti sarebbe calato addirittura il segreto di Stato) a confermare all’ex sindaco che della «trattativa» erano informati gli exministri Mancino e Rognoni; facevano parte di governi diversi e hanno sempre negato, ma Ciancimino jr insiste nella sua versione, che include anche un abboccamento con l’allora parlamentare del Pds Luciano Violante, richiesto esplicitamente da suo padre. E dei contatti con l’Arma sapeva tutto (al pari di Provenzano) il misterioso «signor Franco», il «collettore» legato ai servizi segreti che pure s’incontrava con Ciancimino padre.

ALTRI POLITICI E I «MISTERI D'ITALIA» - Altri politici e i «misteri d’Italia» Nei pizzini inviati da Provenzano all’ex sindaco, tra i contatti è indicato anche un «pres.», un presidente, che secondo il figlio di Ciancimino sarebbe l’ex governatore della Sicilia Totò Cuffaro. Di lui il testimone mostra di non sapere molto, ma ricorda: «Quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Lima spesso rimanevo fuori in macchina, e c’era Schifani che guidava la macchina a La Loggia e Cuffaro che guidava la macchina a Mannino. I tre autisti erano questi... Gli altri due hanno fatto ben altre carriere, io no». Nei suoi interrogatori il giovane Ciancimino non si limita a parlare della trattativa degli anni Novanta e primi Duemila, ma distribuisce pure qualche rivelazione sui meno recenti misteri della storia italiana. Racconta del sequestro Moro, e svela un ruolo dei Servizi contrario a quello che si potrebbe immaginare: «Mio padre mi disse che era stato pregato, per ben due volte, di non dar seguito a delle richieste pervenute per fare pressione su Provenzano affinché si attivassero per aiutare lo Stato nella ricerca del rifugio di Aldo Moro ». Non volevano più cercare il presidente della Dc rapito dalle Brigate rosse, insomma, mentre due anni più tardi, nel giugno 1980, Vito Ciancimino — che secondo il figlio faceva parte della struttura segreta di «Gladio»—e i suoi contatti istituzionali (compreso l’ex ministro dc Attilio Ruffini, dice Massimo) vennero a sapere «della storia dell’aereo francese che per sbaglio aveva abbattuto il Dc9, e che bisognava attivare un’operazione di copertura nel territorio affinché questa notizia non venisse per niente... e qualora ci fosse stato bisogno di interventi di qualsiasi tipo, i Servizi dovevano poter contare su mio padre».

Giovanni Bianconi


22/09/2009

La Ferrari e il Mondiale da riaprire

La Ferrari e il Mondiale da riaprire

 

L'ANALISI. Dopo l’«autoscontro» di Piquet, Maranello perse il titolo per un punto

 

Flavio Briatore (Reuters)
Flavio Briatore (Reuters)

MILANO — La «Stangata» della F1 va in scena a Singapo­re il 28 settembre 2008. Al po­sto di Paul Newman e Robert Redford la recita la mettono in piedi Flavio Briatore e Nel­sinho Piquet e altri coprotago­nisti. Rivedendo il peggior film girato dalla F1, la Ferrari, da spettatrice un po’ disgusta­ta, annota: «Quel Mondiale avrebbe potuto avere forse, e fatemi ribadire forse, un finale diverso». Lo sostiene il team manager di Maranello, Stefano Domenicali, con tutto il garbo che gli è naturale, la prudenza e la diplomazia necessarie in questi casi, pensando alla clas­sifica finale del Mondiale pilo­ti: Hamilton campione iridato con un punto di vantaggio su Felipe Massa.

Domenicali si limita ad os­servare: «Massì, mi faccio del­le domande. Per esempio mi chiedo come sarebbe finito il Gran premio di Singapore sen­za quell’episodio dell’inciden­te di Piquet arrivato a sentenza ieri e giudicato come una truf­fa? ». Domenicali ha una secon­da questione da affrontare: «E di conseguenza, il Mondiale co­me sarebbe finito?».

Andiamo per ordine cercando di ottenere delle risposte, anche se a fatica (la fatica imposta dalla diplomazia) da Domenicali. Quel­la gara, Singapore 2008, la vince Alonso con la Renault davanti a Nico Rosberg su Williams e Lewis Hamilton su McLaren. Ec­co il punto che duole alla Ferrari, Hamilton dall’alto del suo podio intasca 6 punti, mentre Massa con la Ferrari non ne prende nep­pure uno piazzandosi al tredicesi­mo posto. Ed ecco qui l’altro pun­to che duole a casa Maranello: Massa, prima della baraonda pro­vocato dall’«autoincidente» di Nelson Piquet, è in testa al Gran premio. L’apparizione della sa­fety car, motivata dall’«autoscon­tro » di Piquet, e il conseguente pit stop un po’ generalizzato di tutte le squadre cambia i piani (e il risultato) della gara. «Ovvio che non possa esserci la contro­prova — sottolinea Domenicali — ma il risultato della corsa pote­va essere diverso». D’accordo. Ma non bisogna nemmeno far fin­ta di niente rispetto al tredicesi­mo posto di Massa a Singapore. L’infelice risultato ferrarista na­sce è vero da quell’incidente co­struito ad arte (secondo la senten­za di ieri) da Piquet e dalla Re­nault, ma pure da quel pasticcio memorabile combinato ai box da­gli uomini della Ferrari: tutti ri­cordano quella Rossa (di vergogna) che ri­parte dopo il riforni­mento trascinandosi la pompa della benzi­na e l’inseguimento dei meccanici che rin­corrono Massa per tutta la corsia dei box. «Vero, verissi­mo », riconosce con lealtà Domenicali.

È anche vero che il titolo mondiale fi­nisce nelle mani di Lewis Hamilton al­l’ultima gara per un solo punto di van­taggio su Felipe Massa. Pallottoliere in mano, il ramma­rico di Domenicali è quindi comprensibile. A sentenza av­venuta, il punto sul quale biso­gnerebbe riflettere è uno solo: è giusto che, dopo decisioni co­sì pesanti da parte della Fia, si possa considerare ancora credi­bile l’ordine d’arrivo del Gran premio di Singapore? È giusto equiparare la vicenda Briato­re- Piquet a un caso di doping in una finale olimpica, con esclusione del colpevole e ordi­ne d’arrivo modificato? Il film del Gran premio dimostra che l’uscita di pista telecomandata di Piquet ha falsato completa­mente lo svolgimento della corsa. Hamilton non ha colpe e non può subire un danno, ma ci vuole tanto coraggio per omologare quanto è accaduto a Singapore un anno fa.

Daniele Dallera

 



18/09/2009

Ecclestone consiglia: frega Briatore

Ecclestone consiglia: frega Briatore

 

Verbali. Papà Piquet: «Mosley mi disse: non ci sono le prove, a meno che...»

 

Flavio Briatore (LaPresse)
Flavio Briatore (LaPresse)

È il 17 agosto 2009. Londra, uffici dell’agenzia investigativa Quest che opera per la Fia. Nelson Piquet senior viene interrogato da Martin Smith, e Jake Marsh. L'interrogatorio dura poco meno di un'ora. Una lunga conversazione tenuta sino ad oggi segreta, a differenza di altre. Il motivo sta forse in alcune dichiarazioni dello stesso Nelson il quale afferma di aver denunciato i fatti di Singapore al braccio destro di Mosley, Charlie Whiting, alla vigilia del Gran Premio del Brasile dello scorso anno. Whiting gli rispose che «non si poteva provare nulla». Non contento, Piquet dichiara di aver raccontato tutto a Bernie Ecclestone in Ungheria alla vigilia dell'ultima gara di Nelsinho con la Renault, lo scorso agosto: «Gli dissi: cosa devo fare? Bernie rispose: fottilo» intendendo ovviamente Flavio Briatore. Ancora, Piquet riferisce di aver detto tutto anche a Mosley. Risposta del presidente Fia: «Charlie (Whiting) mi ha già informato ma non possiamo provare nulla a meno che non arrivi qualcuno a dirmi come stanno i fatti».

Ora, qualche conto non torna. Non spetta a noi giudicare se ci fu frode sportiva o meno a Singapore ma affiorano molti elementi per ipotizzare che la ricerca della verità sia ampiamente subordinata ad altro. Qualche dato: il GP Singapore venne disputato il 28 settembre 2008. Due giorni più tardi (il 30) scadeva l'opzione di Nelsinho Piquet per il 2009, opzione che Briatore non rinnovò nonostante il supposto debito con un pilota che aveva appena sbattuto contro un muro «per la squadra». La delazione a Whiting avviene in Brasile, tra il 30 ottobre e l'1 novembre 2008. Il 2 novembre Briatore rinnova il contratto di Nelsinho riducendo il compenso da 1,5 milioni di dollari a 1 milione con possibilità di taglio in base alle prestazioni. Il che non quadra con l’incombenza di un possibile ricatto e nemmeno con la nota astuzia di un «ricattabile» Briatore.

La Fia è a conoscenza della cosa da 10 mesi. Eppure l’inchiesta è scattata solo questa estate. Con un avvertimento minaccioso e palese: la squalifica di una gara inflitta alla Renault per una ruota fissata male a Budapest. Squalifica tolta in appello. Un appello al quale i giudici di gara ungheresi non si sono nemmeno presentati. Per intenderci, la molla persa dalla Brawn di Barrichello che ha ferito Massa in Ungheria non ha prodotto alcuna azione federale. Zero. Dunque, viene da chiedere, intesi i rapporti che intercorrono tra Mosley, Ecclestone e Briatore, con quali finalità questa inchiesta sta andando in porto. Briatore si è tolto dalla scena, ma una risposta alla domanda viene soprattutto dal comunicato Renault di due giorni fa. Nel quale la casa francese, in pratica, rinuncia a difendersi, ammette la colpa. Il tutto nonostante le trascrizioni delle comunicazioni radio smentiscano Piquet jr. (il quale chiede una sola volta a che punto è la corsa e non più volte come afferma) e non rilevino alcuna responsabilità del manager italiano.

La paura assoluta e manifesta della Renault si basa sulla convinzione di non trovarsi di fronte ad un normale tribunale ma a una giuria (il Consiglio mondiale della Fia) che agisce secondo criteri propri, connessi alla volontà del proprio vertice. Vale a dire Mosley. Quindi cosa accadde davvero a Singapore diventa un tema strumentale. Lo è già diventato prima del processo. Briatore è fuori. La Renault si è già dichiarata colpevole, mentre, in contemporanea, attacca e denuncia i Piquet davanti a un vero tribunale, quello dello Stato francese. In pratica la Renault è consapevole di non poter essere giudicata dal tribunale Fia in base ai fatti. Piuttosto, sembra chiedere clemenza all’onnipotente sovrano.

Giorgio Terruzzi


02/09/2009

«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

«Occupiamo subito Roma. Quella marmaglia ci tradirà»

 

I VERBALI SEGRETI DI HITLER. Escono per la prima volta in italiano. 25 luglio 1943, ore 21.30: gli ordini del Führer dopo la caduta di Mussolini

 

 

 Adolf Hitler davanti a una carta geografica nel suo quartier generale di Rastenburg con i generali Wilhelm Keitel (al centro) e Alfred Jodl (a destra)
Adolf Hitler davanti a una carta geografica nel suo quartier generale di Rastenburg con i generali Wilhelm Keitel (al centro) e Alfred Jodl (a destra)

Il Führer — È già stato informato sugli svi­luppi in Italia?

Keitel — Ho sentito solo le ultime parole.

Il Führer — Il Duce si è dimesso. Non è anco­ra confermato: Badoglio ha assunto il governo, il Duce si è dimesso.

Keitel — Di sua iniziativa, mio Führer?

Il Führer — Probabilmente per desiderio del re, su pressione della corte.

Jodl — Badoglio ha assunto il governo.

Il Führer — Badoglio ha assunto il governo, quindi il nostro più acerrimo nemico. Dobbiamo chiarirci subito le idee, trovare un qualche meto­do per riportare sulla terraferma la gente qui (in­dica sulla cartina le truppe tedesche impegnate in Sicilia contro gli alleati, ndr ).

Jodl — La domanda decisiva è: combatteran­no o no?

Il Führer — Dichiarano che combatteranno, ma questo è tradimento! Dobbiamo essere chiari con noi stessi: è tradimento bello e buono! Sto attendendo le notizie su quello che il Duce dirà. Vorrei che il Duce venisse subito qui in Germa­nia.

Jodl — Se queste cose sono incerte, c’è solo un modo di procedere.

Il Führer — Stavo già pensando — la mia idea sarebbe che la 3ª divisione corazzata grana­tieri occupasse subito Roma e scardinasse imme­diatamente tutto il governo.

Jodl — Il combattimento viene sospeso, per questo caso, in modo che qui nella zona di Roma concentriamo quanto più possibile queste forze che portiamo fuori qui e quelle che sono già là, mentre il resto confluisce qui. — La cosa diventa difficile qui (si riferisce sempre alla Sicilia, ndr ).
Il Führer — Qui c’è solo una cosa: che tentia­mo di portare la gente su navi tedesche lascian­do indietro il materiale — materiale qui o là, non fa differenza, gli uomini sono più importan­ti — Presto avrò notizie da Mackensen (amba­sciatore tedesco a Roma, ndr ). Poi predisporre­mo subito il resto. Ma questo deve essere subito via!

Jodl — Sissignore.

Il Führer — La cosa decisiva intanto è che as­sicuriamo subito i passi sulle Alpi, che siamo pronti a prendere subito contatto con la IV arma­ta italiana e che prendiamo subito in mano i vali­chi francesi. Questa è assolutamente la cosa più importante. Per fare questo dobbiamo mandare giù subito delle unità, eventualmente anche la 24ª divisione corazzata.

Keitel — In tutto quello che potrebbe accade­re la cosa peggiore sarebbe non avere i valichi.

Il Führer — Dunque in linea di massima: una divisione corazzata, ed è la 24ª, è pronta. La cosa più importante è mandare giù subito in quella zona la 24ª divisione corazzata e che la divisione granatieri «Feldherrnhalle», che deve essere pronta, occupi almeno i valichi. Perché qui abbia­mo solo una divisione che è vicino a Roma. — La 3ª divisione corazzata granatieri è tutta là, vicino a Roma?

Jodl — È là, ma non completamente mobile, solo parzialmente.

Il Führer — Poi, grazie al cielo, abbiamo anco­ra qui la divisione cacciatori paracadutisti. Per­ciò la gente qui (Sicilia) deve essere salvata ad ogni costo. Qui, questo non serve a nulla: devo­no passare di qua, soprattutto i paracadutisti ed anche gli uomini della «Göring» (la divisione scelta intitolata al capo dell’aeronautica, Her­mann Göring, ndr ). Il loro materiale non ha alcu­na importanza, che lo facciano saltare o che lo distruggano. Ma la gente deve passare di qua. Ora sono 70 mila uomini. Se c’è la possibilità di volare, saranno di qua molto in fretta. Devono tenere una cortina qui così prendono indietro tutto. Solo armi leggere, tutto il resto rimane, di più non serve. Contro gli italiani ce la caveremo anche con le armi leggere. Tenere questo qui non ha alcun senso.

Jodl — Dobbiamo attendere notizie veramen­te precise e vedere quello che sta accadendo.

Il Führer — Ovviamente, solo che noi, da par­te nostra, dobbiamo cominciare subito a fare del­le riflessioni. Su una cosa non possono esserci dubbi: con tutti i loro intrighi, naturalmente di­chiareranno di rimanere dalla nostra parte; que­sto è chiarissimo. Ma questo è un tradimento; non rimarranno dalla nostra parte.

Keitel — Qualcuno ha già parlato con questo Badoglio?

Il Führer — Per il momento intanto abbiamo ricevuto questo rapporto: ieri il Duce era al Gran Consiglio. Nel Gran Consiglio c’erano Grandi, che ho sempre definito un «porco», Bottai, ma soprattutto Ciano. Hanno parlato contro la Ger­mania in questo Gran Consiglio e avrebbero det­to: «Non ha più alcun senso proseguire la guer­ra, in qualche modo si deve tentare di tirar fuori l’Italia». Alcuni erano contrari. Farinacci ecc. si sono certo espressi contro, ma non con l’incisivi­tà di quelli che si sono espressi a favore di que­sto movimento. Ora, già questa sera il Duce ha fatto sapere a Mackensen che è deciso ad accet­tare questa battaglia e che non capitolerà. Poi improvvisamente ho ricevuto la notizia che Ba­doglio vorrebbe parlare a Mackensen. Macken­sen ha detto di non aver nulla da discutere con lui. Egli allora è diventato ancora più insistente ed infine Badoglio ha mandato un uomo — Ha detto che il re lo aveva appena incaricato di for­mare un governo dopo che Mussolini da parte sua si era dimesso. Che significa «dimesso»?

Keitel — Tutto l’atteggiamento della Casa rea­le! Il Duce comunque al momento non ha in ma­no alcun mezzo di potere, nulla, non ha truppe.

Il Führer — Nulla! Gliel’ho sempre detto: non ha nulla! Non è vero che non ha nulla. Glie­lo hanno anche impedito perché non avesse un qualche mezzo di potere. Ora il ministro ha ordi­nato che Mackensen per prima cosa si rechi al­l’Ufficio Esteri. Probabilmente là gli verrà notifi­cato questo. Suppongo che corrisponda. Secon­do, il ministro ha chiesto se sono d’accordo che egli vada subito dal Duce. Ed io ho detto che va­da subito dal Duce e, se possibile, induca il Duce a venire subito in Germania. Penso proprio che voglia parlare con me. Se il Duce viene qui, è già una buona cosa; se non viene, allora non so. Se il Duce viene in Germania e parla con me, di per sé è già una buona cosa. Se non viene qui o non può partire o rinuncia perché si sente di nuovo male, cosa che non meraviglierebbe con quel branco di traditori, allora non si sa. Coso (proba­bilmente si riferisce a Badoglio, ndr ) del resto ha subito dichiarato che la guerra continua, in questo non cambia nulla. Quella gente deve fare così perché è un tradimento. Ma anche noi, da parte nostra, continueremo a giocare il loro stes­so gioco, prepareremo tutto per impadronirci fulmineamente di tutta questa gentaglia, per far piazza pulita di tutta quella marmaglia. Domani manderò giù un uomo che dia ordine al coman­dante della 3ª divisione corazzata granatieri di entrare seduta stante a Roma con un gruppo speciale, di arrestare subito tutto il governo, il re, tutta la banda, soprattutto di arrestare subito il principe ereditario e di impadronirsi di questa canaglia, soprattutto di Badoglio e di tutta quel­la gentaglia.


02/07/2009

Karen Mulder arrestata per stalking

Karen Mulder arrestata per stalking

 

Arrivò a essere una top da 10 mila dollari al giorno. La modella ha reso la vita impossibile a una chirurga che non l'ha operata bene


Karen Mulder (Emmevì)



MILANO — Quando sfilava di lei dicevano che era la classe. Non come Claudia (Schiffer) la calcolatrice. O Naomi (Campbell) la pantera. O Carla (Bruni) la lunatica. No, lei era sempre gentile, sorridente, garbata. Ora Karen Mulder, 39 anni, stra-top degli anni Novanta, è in carcere per «stalking» o aggressione verbale o minacce o persecuzioni.

Insomma perché ha ossessionato e reso la vita impossibile a una chirurga estetica che non l'avrebbe operata bene. La donna si sarebbe rifiutata di rimediare e lei avrebbe cominciato a telefonarle e a insultarla. Da qui la denuncia del medico e l'arresto della donna a Parigi al commissariato dell'ottavo «arrondissement», quartiere chic, quello degli Champs Elysées dove vive la Mulder. La storia di Karen è quella di tante top. Olandese, modella per caso a 17 anni perché vincitrice di un concorso. «Io non avevo nulla della bella ragazza — ha sempre detto —. Non amavo il mio corpo e per questo non mangiavo. E anche quando fuori ero felice, dentro era un tormento».

Arrivò a essere una top da 10 mila dollari al giorno come Carla, Claudia, Naomi, Cindy. Nel 2000 si ritirò. Amori finiti male come quello per il play boy Jean Yves Le Fur (ex anche di Stephanie di Monaco) e carriere naufragate (cominciò a cantare) la trascinarono nei suoi tormenti. Probabilmente di vero c'è stato che da piccolissima fu molestata da un amico di famiglia. Ma lei in tv disse di aver subito violenze dal padre e dal principe Alberto di Monaco. Accuse che smentì subito dopo, chiedendo scusa a tutti. Dentro e fuori dalle cliniche psichiatriche. E tra una dimissione e l'altra i tentati suicidi. Ora l'arresto.