09/04/2010

Figlio porta madre in tribunale per violazione di privacy su Facebook

Figlio porta madre in tribunale per violazione di privacy su Facebook

SOCIAL NETWORK. La donna è stata accusata di perseguitare il sedicenne connettendosi al suo posto e spiando le sue attività

 

Denise New, la madre accusata dal figlio di violazione della privacy su Facebook
Denise New, la madre accusata dal figlio di violazione della privacy su Facebook

Madre e figlio in tribunale, l’una contro l’altro, per volere del figlio sedicenne di nome Lane. L’accusa che il ragazzo muove alla mamma, Denise New, è di intrusione informatica sul proprio profilo Facebook, modifica di password e diffamazione a mezzo Internet. In poche parole: molestie.

AMMISSIONI – Denise New riconosce di aver cambiato le password, mossa dal buon intento di bloccare l'accesso al social network, e anche di aver scritto tre o quattro post, ma non di aver dovuto fare dell'hacking, in quanto il figlio aveva dimenticato di fare il logout dopo aver usato il computer materno. Ma i motivi veri dell’insinuazione della donna nell’identità sociale del figlio nascono da una telefonata a Denise da parte di un amico di Lane, preoccupato per le intemperanze del giovane a seguito di una storia sentimentale turbolenta.

PREOCCUPAZIONI MATERNE - Pare che Lane, a quanto dichiarava egli stesso in un post su Fb, avesse guidato una notte alla velocità di 150 Km/h, evidentemente turbato dopo un litigio con una ragazza. È probabile insomma che la signora New abbia iniziato a sospettare della vita sociale del ragazzo e, indotta in tentazione dal profilo del figlio aperto sul pc e servito su un piatto d’argento, non abbia resistito a intervenire, motivata probabilmente dalla preoccupazione e dalla convinzione che il social network non fosse cosa buona e giusta (da qui l’idea di bloccarlo): «Credevo di essere perfettamente in diritto di farlo. Ho letto cose che avrebbero fatto rabbrividire chiunque. E ciò nonostante lo perdonerò per avermi accusato di molestie».

IL PROFILO FACEBOOK SECONDO LANE – Lane, dal canto suo, non sembra disposto a perdonare, ferito non solo dall’idea di essere stato spiato, ma addirittura calunniato dalla genitrice. E se l’amore materno è incondizionato, quello filiale non dimostra in questo caso molta comprensione. Del resto il fine che giustifica i mezzi è una vecchia scusa e Lane si è sentito probabilmente violato nella sua identità profonda, mentre Denise ha reagito alla convocazione in tribunale mostrando grande sbigottimento, evidentemente sorpresa che un profilo Facebook possa essere vissuto da un adolescente come qualcosa di così privato e profondo.

CONTROLLO E PRIVACY – Il confine tra esigenze di controllo genitoriale e diritto alla privacy da parte dei minori è sempre più sbiadito, ma la vicenda giudiziaria, svoltasi nella cittadina di Arkadelphia in Arkansas, crea un precedente importante nello stabilire fino a che punto un padre o una madre possano monitorare i propri pargoli. Al di là di Facebook e degli account violati, madre e figlio avevano comunque un rapporto con precedenti complicati. Denise e Lane infatti non vivevano insieme: il ragazzino era stato affidato alla nonna, poiché la madre aveva avuto problemi mentali dopo la separazione dal marito. E mentre il giovane si è riaperto un account sul social network, la prima udienza (fissata per il 12 maggio) deciderà chi ha ragione e spiegherà anche quanto c’entri Facebook in questa storia di incomprensione generazionale.

Emanuela Di Pasqua


08/01/2010

Sesso a tre, gira un video e lo ritrova su Internet col suo nome

Sesso a tre, gira un video e lo ritrova su Internet col suo nome

 

Feltre, ventenne protagonista di un porno col fidanzato e un amico. In migliaia scaricano le immagini e la giovane denuncia i due

 

 

Guai per una ventenne dopo l'inserimento di un video porno su Internet (archivio)

 

BELLUNO - Girano un video porno a tre dicendole che non lo avrebbero visionato in molti. E invece nel web lei, una ventenne feltrina, lo trova su emule con tanto di nome e cognome. E la pubblicità che ne è scaturita è stata talmente alta che in provincia non si parla d'altro. Si tratta di un rapporto a tre, lei con due ragazzi. Da settimane a Belluno, fra gli appassionati di video sharing, il passaparola ha avuto una risonanza tale che è arrivato fino alla ragazza interessata. E il video in cui lei fa l’amore con il fidanzato e un amico è diventato ormai uno dei più gettonati fra i giovani bellunesi. Soltanto che negli ultimi giorni la giovane donna avrebbe trovato il coraggio per sporgere querela in questura. Il video, infatti, originariamente pensato per essere divulgato senza riferimenti anagrafici, da qualche settimana ha il suo nome e cognome. La violazione sulla privacy, nel caso concreto, prevederebbe da 6 a 18 mesi per chi archivia nel proprio computer dati sensibili di una persona, da 6 a 24 mesi per chi li comunica, da uno a tre anni per chi li diffonde.

Federica Fant


23/06/2009

La trasparenza di Google

La trasparenza di Google

 

 

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Oggi a Milano era prevista una nuova seduta del processo "ViviDown contro Google", in cui il motore di ricerca è chiamato a rispondere di concorso in diffamazione e violazione della privacy in merito a un video del 2006 caricato su Google Video che riprendeva un ragazzo affetto dalla Sindrome di Down vessato dai compagni (qui tutti i dettagli). Il processo con rito abbreviato ha però subito uno slittamento a causa della malattia dell'interprete che avrebbe dovuto tradurre la testimonianza di un ingegnere arrivato appositamente in Italia da Mountain View. La cosa ha destato perplessità tra molti dei presenti, parti in causa e non, ma pare che non ci siano stati i tempi tecnici per trovare un sostituto.

Comunque sia, il dibattimento è dunque rinviato al prossimo 29 settembre, anche per la successiva indisponibilità del giudice Oscar Magi. Il processo dunque rimane a Milano, come già stabilito, e sarà a porte chiuse. Ed è questo il caso che oggi ha destato un certo scalpore. Perché il processo, in molti sensi unico nel suo genere a livello mondiale, è seguito con grande interesse anche da molti media americani: si tratta infatti di stabilire la responsabilità di chi ospita contenuti sul Web, o semplificando - come titola oggi un'agenzia della Associated Press - se nel Web debba prevalere il concetto di libertà oppure di responsabilità, legata a un maggiore controllo di quanto va online. Così diversi giornali italiani e statunitensi, tra cui il New York Times e il Wall Street Journal, avevano chiesto al giudice Magi la possibilità che l'udienza fosse pubblica. Ma le difese dei quatro imputati di Google si sono opposte e dunque il processo proseguirà a porte chiuse.

"Dont' be evil" è da sempre il motto dell'azienda di Mountain View. E forse a questa frase, involontariamente, ha voluto riferirsi il pubblico ministero Alfredo Robledo, che con il collega Francesco Cajani si era detto favorevole all'evenienza delle porte aperte, con il commento ironico seguito alla chiusura dell'aula ai giornalisti: "Prendiamo atto della trasparenza di Google". L'avvocato Pisapia, da noi contattato, ha voluto rispondere così: "Parlare in questo caso di trasparenza mi pare fuori luogo, perché il discorso era invece se violare la legge oppure no".  Il legale, uno dei difensori di Google, prosegue: "Siccome noi avevamo l'interesse a terminare tutto il dibattimento entro la fine di luglio, come era previsto, non potevamo certo correre il rischio di vedere annullato il processo. Il rito abbreviato, infatti, è per legge un giudizio non pubblico: la pubblicità in questi casi può esserci solo in caso di richiesta da parte di tutti gli imputati. Che però oggi non erano in aula".