12/08/2010

Fisco, Vasco Rossi nel mirino per il suo yacht

Fisco, Vasco Rossi nel mirino per il suo yacht

L'agenzia delle entrate ha effettuato una serie di controlli per scovare false società di charter nautico. Sotto osservazione anche Massimo Boldi

Continua...


07/06/2010

La mail che incastra Briatore

La mail che incastra Briatore

L’avvocato sconsigliava di denunciare il capitano dello yacht. Intercettato un messaggio del legale. Il pm: colloquio tra amici, si può utilizzare

 

Lo yacht «Force Blue» di Flavio Briatore (archivio Corriere)
Lo yacht «Force Blue» di Flavio Briatore (archivio Corriere)

GENOVA — Quando, al termine dell’udienza davanti al Tribunale del riesame di Genova, il pm Walter Cotugno ha prodotto la trascrizione di un messaggio tra Flavio Briatore e uno dei suoi avvocati, c’è stato un attimo di gelo. In discussione era il sequestro del mega-yacht Force Blue, fatto dalla Guardia di Finanza di Genova il 20 maggio, con l’accusa— per Briatore ed altre tre persone— di aver evaso le tasse sullo yacht e sul carburante per un valore di quasi 5milioni di euro, un reato che si configura anche come contrabbando. Il punto — per sostenere l’accusa— è che lo yacht di sessanta metri sia in realtà di proprietà di Briatore e non di una società di charter con sede nelle isole Vergini Britanniche che l’avrebbe noleggiato anche ad altri. E per dimostrare che il Force Blue — stesse iniziali dell’imprenditore del «Billionaire» — è proprio di esclusiva proprietà di Briatore il pm ha esibito un messaggio elettronico (sembra, una mail mandata su cellulare) che esordisce: « Caro Flavio... ma sei matto? Vuoi che alla fine un pm si occupi della società e della gestione della barca?»

L’avvocato risponde all’intenzione di Briatore di presentare una denuncia penale contro il capitano dello yacht e lo sconsiglia con foga: in questo modo attirerai l’attenzione dei magistrati. L’episodio si riferisce a cinque anni fa, il capitano — accusato di comportamenti sleali — fu veramente licenziato, ma senza denunce di sorta. Quel messaggio— forse— non ha pesato troppo sulla decisione del tribunale e sulla discussione tutta in punta di diritto sulla sequestrabilità dello yacht da parte della Guardia di Finanza e sulla posizione di Briatore. Certamente però ha creato un certo scompiglio. In conclusione il Riesame — come anticipato dal Secolo XIX — ha respinto il ricorso degli avvocati e confermato il sequestro del Force Blue, un vero gioiello di lusso ora ancorato nel porticciolo di Sestri Ponente.

«Non so niente di questa storia — ha detto Massimo Pellicciotta, uno degli avvocati di Briatore— sono all’estero e non ho potuto leggere il provvedimento. Prima leggeremo le carte poi vedremo i passi da intraprendere». A sostegno dell’utilizzabilità del colloquio fra Briatore e uno dei suoi legali il pm Cotugno ha prodotto una sentenza della Cassazione: al momento dell’intercettazione fra i due non c’era rapporto professionale bensì un vincolo di amicizia, è la tesi, quindi i colloqui non sono protetti come quelli fra difensore e assistito. Come un colloquio avvenuto cinque anni fa sia arrivato sotto la lente della Guardia di Finanza tanto da essere depositato agli atti del pm è, per ora, alquanto oscuro. Al momento del sequestro del Force Blue nelle acque liguri a bordo si trovava la moglie di Briatore, Elisabetta Gregoraci con il figlioletto di pochi mesi Falco Nathan. Entrambi sono stati sbarcati dalla Guardia di Finanza e la Gregoraci ha detto di aver perso il latte per la paura e lo choc dell ’«abbordaggio». Briatore si è lamentato della «spettacolarizzazione» del sequestro: «Io sono perfettamente in regola» ha ripetuto. Ma lo yacht — per ora — rimane sequestrato e rischia la confisca.

Erika Dellacasa


25/05/2010

Gregoraci: «Fuori dal nostro yacht Nathan Falco non è più sereno»

Gregoraci: «Fuori dal nostro yacht Nathan Falco non è più sereno»

L'imbarcazione è stata sequestrata dalla guardia di finanza. La ex showgirl parla del «terribile incubo»: «Il bambino ha risentito più di tutti di questo brusco cambiamento»

 

Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore
Elisabetta Gregoraci e Flavio Briatore

MILANO - «Da quando siamo stati costretti ad abbandonare il nostro yacht il piccolo Nathan Falco piange spesso, non è più tranquillo e sereno come prima». Elisabetta Gregoraci, in un'intervista al settimanale Diva e donna, parla di quello che definisce un «terribile incubo» vissuto dopo il sequestro da parte della Guardia di finanza dello yacht "Force Blue" sul quale viveva con il figlio di due mesi e il marito Flavio Briatore, ora indagato per contrabbando e frode fiscale.

NOSTALGIA - «Il nostro bambino è quello che ha risentito di più di questa situazione, di questo brusco cambiamento - spiega la ex showgirl -. Da quando siamo usciti dalla clinica di Nizza dove ho partorito, ha vissuto a bordo dello yacht: ora non è più tranquillo e sereno come prima, sente la mancanza della sua cameretta bianca, dei suoi spazi, che lo hanno protetto fin dai primi giorni».

 


21/05/2010

Sequestrato lo yacht di Briatore

Sequestrato lo yacht di Briatore

L'IMBARCAZIONE È INTESTATA A SOCIETÀ DI CHARTER MA PER L'ACCUSA ERA IN USO SOLO AL MANAGER. Fermato al largo di La Spezia il Force blue. L'ipotesi di reato è contrabbando

 

Un'immagine del Force Blue (da deluxeblog.it)
Un'immagine del Force Blue (da deluxeblog.it)

LA SPEZIA - Sequestrato al largo della Spezia il «Force Blue» il megayacht in uso al manager ed ex direttore sportivo della Renault Flavio Briatore, dai finanzieri del Gruppo Genova su mandato del pm del capoluogo ligure Walter Cotugno. L'ipotesi di reato è contrabbando, conseguente a una frode fiscale. La nave, battente bandiera extra Ue, era intestata ad una società di charter, ovvero col mandato di affittarla al migliore e più affidabile offerente, ma i militari hanno accertato che il «Force blue» sarebbe stato piuttosto in uso esclusivo al solo Briatore.

A BORDO C'ERA LA GREGORACI - La notizia è stata anticipata dal quotidiano «Corriere Mercantile» e riportata poi dall'agenziaAdnkronos. Secondo indiscrezioni trapelate successivamente, al momento del sequestro a bordo del megayacht di 62 metri non c'era Briatore, ma la moglie Elisabetta Gregoraci, col figlioletto Falco Nathan.

Redazione online

 

 


27/08/2009

Lo yacht fantasma e la vendetta corsa

Lo yacht fantasma e la vendetta corsa

 

Il milanese Stefano Martelli, 48 anni, è in Costa Azzurra. «Chiarirò tutto con la polizia». L’armatore telefona: sono vivo. Il nipote: attaccati perché italiani

 

MILANO — L’uomo del gial­lo di Calvi è vivo e vegeto in Costa Azzurra. In Francia, con i figli e l’ex compagna. La solu­zione del mistero dello yacht semiaffondato al largo della Corsica, è tutta nella testa di Stefano Martelli, il 48enne mi­lanese titolare della System Charter.

E lui, il propietario dell’im­barcazione da 18 metri trovata crivellata di proiettili venerdì scorso all’imbocco del porto Xavier Colonna, ha garantito all’Interpol che prima o poi chiarirà tutto. Spiegherà il mi­stero della «Lueduevidue», spiegherà che non c’erano pas­seggeri. «La barca non è mai stata noleggiata, erano ancora in corso lavori di restauro». Come ci sia finito lo yacht a picco resta un giallo insoluto. Martelli agli investigatori non lo ha voluto raccontare. Non è ancora rientrato in Italia. Si è parlato di debiti (due protesti a suo carico per 5 mila euro to­tali), si è parlato di un conto non saldato da 13 mila euro al­le autorità portuali, ma soprat­tutto s’è parlato dei modi spic­ci degli ormeggiatori di Calvi. «Un porto da evitare», come hanno raccontato due lettori nei giorni scorsi al Corriere.

Lo yacht nelle acque della Corsica c’era arrivato lo scorso aprile. Qui, come racconta il ni­pote Alessandro Martelli, che a Milano lavora come commer­cialista, doveva nascere la ba­se della società di noleggio. In realtà le attività della System Charter non sono mai iniziate: «La barca, un Baia 60, era stata acquistata nell’aprile del 2006 al cantiere Gatto di Salerno. Mio zio l’aveva permutata con un’altra imbarcazione — rac­conta il nipote —. Poi ad apri­le il trasferimento a Calvi. La barca valeva sui 280 mila eu­ro, ma erano necessari alcuni lavori». È stato lo stesso com­mercialista a seguire su delega dello zio il trasferimento in Corsica. Poi gli affari non sono decollati. «Ho rimesso il man­dato professionale, con la so­cietà non ho mai avuto alcun legame. Per me era solo lavo­ro, lavoro contabile».

L’azienda di noleggio ha se­de presso lo studio del com­mercialista in viale Abruzzi 11, ma la gestione imprenditoria­le è sempre e solo stata in ca­po a Stefano Martelli e alla ex compagna di origini portoghe­si: «Non so come mio zio stia gestendo questa vicenda. Io l’ho invitato a rientrare in Ita­lia e a chiarire tutto con la poli­zia ». L’ultima telefonata ieri mattina: «Ho capito, chiarirò prima o poi», ha assicurato l’imprenditore.

Cosa sia accaduto lo scorso 21 agosto resta un mistero. Ste­fano Martelli ha lasciato Calvi dieci giorni prima. La barca era ormeggiata lungo la ban­china. Lui, venerdì scorso, era già in Costa Azzurra. Per Ales­sandro Martelli la truffa all’as­sicurazione è un’ipotesi remo­ta: «In quel porto succedono cose strane. L’idea di una nuo­va società di noleggio, per giunta italiana, dava fastidio. Gli ormeggi sono stati tagliati di proposito. Non ho dubbi».

Cesare Giuzzi

Fonte: Corriere della Sera



25/08/2009

Aumentano le testimonianze dopo il caso dello Yacht crivellato e la denuncia del medico

Aumentano le testimonianze dopo il caso dello Yacht crivellato e la denuncia del medico

 

«Cacciato a schiaffi con il mare a forza 7», «A me il posto lo hanno dato. Pagando». Nuovi racconti dei lettori su quanto succede nel porto di Calvi. E un impiegata della Capitaneria: «Altri casi»

 

Una veduta da satellite del porto di Calvi (da Maps Live)
Una veduta da satellite del porto di Calvi (da Maps Live)

MILANO - L'episodio del medico cacciato in malo modo dal porto di Calvi dopo essere anche stato gettato in mare da addetti della società che gestisce le banchine non sembra essere isolato. Altri lettori hanno scritto a Corriere.it raccontando esperienze analoghe. E che in quell'approdo la gestione dei posti barca sia amministrata spesso con metodi sbrigativi da parte del personale addetto lo conferma in un’intervista all'agenzia Rcd un’impiegata della Capitaneria - che vuole restare anonima - mentre il comandante del porto, Bertrand Mariani, rifiuta di parlare con la stampa italiana. «Ancora il 21 agosto - ha detto l'impiegata - si è verificato un episodio simile a quello denunciato dal medico italiano. Una barca con regolare prenotazione è stata cacciata dal posto assegnato. Solo dopo lunghe trattative e polemiche è stato trovato in porto un nuovo posto e si è così evitato che l’imbarcazione dovesse riprendere il mare». Nessuna responsabilità, sostiene l’intervistata, è da attribuire al Comandante Mariani, la gestione degli addetti agli ormeggi sarebbe in mano al vice comandante George Hevy.

«SCHIAFFI E CIME TAGLIATE» - Ci sono poi le nuove testimonianze pervenute al Corriere. Carlo Guerrieri, ad esempio, segnala come l'11 luglio scorso lui e un amico, entrambi settantenni, abbiano subito un analogo trattamento: «intimazione a lasciare il porto nonostante il vento a 35/40 nodi e il mare a forza 6/7 con la nostra barca di soli 7 metri e 50 e la disponibilità di almeno altri tre posti sulla stessa banchina». Al tentativo di avere spiegazioni, spiega il lettore, «viene replicato con il taglio delle cime di ormeggio, lo strappo del cavo di alimentazione elettrica, un calcio dall'alto della banchina fortunatamente non andato a segno, schiaffo in pieno volto al mio amico, abbordaggio da un gommone a prua per liberare la barca dal corpo morto e traino fuori dal porto». Secondo il signor Guerreri, a coordinare il tutto ci sarebbe stato l'«adjoint» ovvero «il vice comandante della Capitaneria con tanto di divisa». Il settantenne italiano ha contattato la gendarmerie che lo ha invitato a sporgere denuncia. Cosa che il lettore ha fatto, segnalando il caso a tutte le autorità competente e anche alla stampa locale. «La sola risposta finora pervenuta - fa ora notare - è stata quella del ministero dell'Ecologia competente per gli affari marittimi, che ha qualificato il fatto come atto grave ed incivile, invitandomi ad inoltrare denuncia al procuratore della Repubblica di Bastia, ciò che ho fatto». Non trattandosi di episodi isolati, Guerreri invita a «una presa di posizione da parte delle autorità consolari italiane».

«PAGANDO IL POSTO C'E'» - Episodio che fa riflettere è anche quello capitato a Massimiliano Spina, che con il personale del porto di Calvi ha avuto a che fare il 6 luglio e nei giorni seguenti. Lui a piazzare la barca c'è riuscito. Ma a caro prezzo. «Con il Mistral in arrivo mi sono affrettato a cercare un rifugio sicuro. Al telefono mi dicono: "non accettiamo prenotazioni telefoniche, monsieur, venga qui e le cerchiamo un posto"». Così fa. Ma nonostante l'attesa che si protrae di due ore in due ore, il posto non si materializza. «Ascolto decine di chiamate radio come la mia - racconta ancora il signor Spina -, tutte barche fuori dal porto che vorrebbero entrare e a tutti viene detto per ora niente posto, i posti sono prenotati dall?inverno scorso: bisogna aspettare!». Tuttavia il vento è già teso e non ci sono più possibilità di rimettersi in mare. «Un amico su un'altra barca - racconta il lettore -, stremato anche lui dalle continue chiamate e rinvii via radio, decide di chiamare per telefono, offrendo alla sconosciuta signora della reception un regalino se le avesse trovato un posto. Il posto miracolosamente salta fuori all'istante. La signora si raccomanda di non chiamare via radio per non farsi sentire e il mio amico ormeggia alla banchina d'onore». «Tengo famiglia - aggiunge - e non potevo passare 5 giorni alla fonda fuori dal porto (il Mistral in genere tanto dura), quindi chiedo al mio amico di vedere cosa poteva fare anche per me una volta dentro. Così ha individuato uno dei "capetti" e gli ha chiesto se avesse potuto trovare un posto anche per me. Risposta testuale del capetto: "Si, ma il suo amico me la da una mancia sostanziosa o no? Perché altrimenti il posto non c?è". Il lettore accetta suo mlagrado e il posto, dopo versamento di 100 euro, salta fuori. «Ma i posti non erano prenotati dall?inverno? Volevamo restare 5/6 giorni, ma la tangente valeva 3 giorni, poi la signora della reception pretendeva che tornassimo a "versare" altri 50 euro a barca. Cosa che puntualmente siamo stati costretti a fare al terzo giorno, per assicurarci altri 3 giorni. Al 6° giorno però la signora non era in turno e non poteva più "proteggerci", così si è materializzato il capo del porto in persona chiedendo al mio amico di lasciare l'ormeggio. Altra mancia pure a lui e, guarda caso, non c'era più bisogno di liberare il posto».


24/08/2009

«Buttato in acqua e cacciato dal porto»

«Buttato in acqua e cacciato dal porto»

 

LA LETTERA DI UN LETTORE. Disavventura di un medico italiano a Calvi, in Corsica: «Io e la mia famiglia trattati con violenza dagli ormeggiatori». Il consiglio della polizia: lasciate perdere

 

MILANO - A seguito dell'articolo firmato da Michele Farina, Coriere della sera, sullo yacht italiano crivellato di colpi e semiaffondatto nella baia di Calvi in Corsica, hanno ricevuto, e  pubblichiamo, la seguente lettera firmata di un lettore.


Egr. Dott.re,
la disturbo per raccontarle quanto è accaduto, a me e alla mia famiglia, il 2 agosto u.s. mentre mi trovavo in crociera in Corsica con la mia barca.

Le preciso la composizione della mia famiglia solo per fugare qualsiasi dubbio sulla mia attendibilità. Io e mia moglie (rispettivamente di anni 59 e 51) siamo medici, mia figlia E. di aa. 26 è laureanda (ottobre p.v) in Scienze Politiche a Roma, mia figlia M. di aa. 24 è laureanda (ottobre p.v.) in Medicina a Roma, mio figlio V. di aa. 21 è laureando in Ingegneria Meccanica (luglio 2010) al Politecnico di Milano.

Arrivati a San Florent, dopo aver fatto tappa a Bastia e Macinaggio, mi arrivano le previsioni meteo che davano forte maestrale per il giorno 3/8. Dovendo proseguire sulla costa occidentale, decido di raggiungere Calvi prima dell'arrivo del maltempo che ci avrebbe bloccati per due o tre giorni.
Rispettoso del mare e prudente avendo tutta la famiglia a bordo, prima di partire alla volta di Calvi mi assicuro con numerose telefonate direttamente al comandante del porto di Calvi sulla disponibilità e certezza di trovare ormeggio in porto.

Lo stesso mi rassicura e mi da indicazioni di ormeggiare, una volta arrivato, al molo d'onore (riservato ai mega-Yacht) in attesa che si liberasse il posto assegnatomi per la mia barca di 12mt.
Preciso che sono arrivato in porto alle 13 dopo circa 5h di navigazione. Alle 17 si presenta un ormeggiatore, in gommone dicendoci che dovevamo andarcene perché era arrivata la barca proprietaria del posto in banchina dov'ero ormeggiata, provvisoriamente, la mia barca. Rispondo che mi sarei spostato subito e che m'indicasse dove ormeggiare. Mi risponde che non c'è nessun posto e che me ne sarei dovuto andare proprio via. Ritenendo che il ragazzo non fosse al corrente della mia prenotazione fatta con il comandante lo prego di farmi parlare con lo stesso.

Dopo qualche minuto si presentano cinque tipi, tutti appartenenti alla società che gestisce il porto, con tanto di divisa (maglietta rossa e calzoncini) e nome della marina sulla maglietta stessa. Uno di questi mi dice di essere il comandante. Per educazione scendo dalla barca per salutarlo e chiedere spiegazioni sull'equivoco sicuro che tutto si sarebbe chiarito. All'improvviso, dopo che il tipo che si era qualificato comandante, ma non lo era, impartisce un ordine agli altri quattro, vengo di peso sospinto sulla passerella con estrema violenza tanto che perdendo l'equilibrio cado in acqua tra la poppa della barca e la banchina, riportando, per fortuna, "solo" una contusione toracica ed una ferita lacero-contusa a livello dell'addome. Mio figlio, incredulo, vedendomi buttato in acqua e ferito, cerca di venire in mio soccorso ma è afferrato per il collo da un'altro dei cinque ed a sua volta buttato in acqua. Nel frattempo, con azione coordinata, e quindi più volte provata e forse messa in atto, i cinque si dividono i compiti e precisamente: due da terra sciolgono le cime d'ormeggio, altri due si portano a prua della barca con un gommone per sciogliere il corpo morto mentre il quinto da terra coordina il raid.

Veniamo sospinti, dal loro gommone, fuori dal porto mentre mia moglie tra le lacrime, preoccupata per me che sanguinavo abbondantemente, ma soprattutto preoccupata perchè mia figlia E. era rimasta a terra, gli urlava di consentirci almeno di far risalire a bordo la figlia. Io che urlavo a mio figlio di chiamare la polizia venivo deriso e invitato a chiamare chi volessi ma fuori dal porto. Intanto mia figlia E., senza perdersi d'animo, benché braccata dai tipi che ci avevano buttati a mare, riesce a raggiungere il posto di polizia. Sbigottita, mi racconterà poi, che i gendarmi le consigliano di risalire in barca, accompagnata da loro, perché da quando c'è questo comandante era pericoloso fare denunce o altro. Così avviene e con il buon senso del padre di famiglia decido di lasciare anche il campo boe di Calvi dove nel frattempo mi ero ormeggiato e di fare ritorno a ST Florent che raggiungo alle tre del mattino.

Alla luce di quanto riportato dal suo articolo e con la pelle d'oca, pensando a quello che ci sarebbe potuto succedere, ringrazio Dio per come sono andate le cose e la invito, sommessamente, a tener conto di quanto le ho raccontato (se la sua indagine giornalistica avrà un seguito), ed io personalmente escluderei la ventilata ipotesi della polizia locale dell'autoaffondamento per fini assicurativi essendo per altro una barca a nolo (per quanto par di capire). Che cosa possa essere successo all'Elleduevidue, allo stato siamo in due a non poterlo sapere, però posso ipotizzare, che se ci fosse stata una lite, forse, come par di capire, per altri motivi ma di consistenza economica più rilevante, vista la violenza con cui hanno voluto risolvere il nostro piccolo caso, e una reazione meno mite di quanto è stata la mia, da parte dell'equipaggio dell'Elleduevidue, tutto può essere accaduto. Di sicuro forze di polizia, non possono scambiare il foro di un trapano con il foro di un proiettile, nè è pensabile un affondamento a fini assicurativi per conto terzi.

Un'ultima amara considerazione. Mentre avveniva tutto ciò, sul molo, praticamente al centro del paese, affollato di gente, ci trovavamo tra due barche d'italiani che non hanno proferito parola in nostra difesa, anzi si preoccupavano di aggiungere parabordi alle loro barche per evitare che la nostra, sospinta dal gommone, le potesse danneggiare. Può verificare anche questo se solo hanno registrato, come dovuto, le barche ormeggiate il 2 agosto 2009 alle ore 14 al molo d'onore.


Dott. Domenico Scali

Fonte: Corriere della Sera


Misterioso naufragio in Corsica per uno yacht italiano

Misterioso naufragio in Corsica per uno yacht italiano

 

Trovata semiaffondata al largo di Punta della Revellata un'imbarcazione di 18 metri immatricolata a Napoli

 

 

La barca affondata in Corsica (Afp)
La barca affondata in Corsica (Afp)

AJACCIO (CORSICA) - «Veduevidue», uno strano nome per uno strano naufragio: emergeva soltanto la prua ieri quando il lussuoso yacht italiano è stato rimorchiato nella baia di Calvi, in Corsica, per la gioia degli scatenati con i flash.

IL MISTERO - La barca, immatricolata a Napoli, è diventata un'attrazione e un mistero: un naufragio ma nessuno a bordo, nè denunce di furto, sparizione o aggressione. Sul davanti dello scafo, fori che sembrano di proiettile. Tutte le ipotesi sono ancora aperte sul mistero dello yacht, un 18 metri che negli ultimi giorni era stato ancorato proprio nella baia di Calvi. Venerdì mattina, alcune barche di turisti che si trovano a circa 6 miglia dalle coste della punta della Revellata hanno segnalato uno yacht che sembrava in grossa difficoltà ed era prossimo ad affondare. È stata una vedetta francese, la 'Pepita', a dare l'allarme ai guardacoste, che hanno fatto intervenire gli uomini di Cross-med, l'organizzazione che coordina le operazioni di soccorso ai naufraghi nel Mediterraneo. Dopo pochi minuti arrivano sul posto due vedette, una dei soccorritori della Snsm (salvataggio in mare) e una della gendarmeria, la 'Jonquille'.

 

 

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IL RECUPERO - A bordo, nessuna traccia di equipaggio o passeggeri, niente neppure nei dintorni. I sommozzatori scendono in mare con cautela ma hanno grandi difficoltà - mentre lo yacht minaccia di inabissarsi verso fondali profondi un migliaio di metri - ad avventurarsi nell'interno dell'imbarcazione, ormai pieno d'acqua. In breve, si decide di ricorrere al rimorchiatore 'Orca 2', che arriva da Calvi nel pomeriggio e comincia la difficile operazione di rimorchio, resa difficile dall'oscurità incombente e dal vento. Soltanto prima di mezzanotte, quando ormai è tardi per le indagini, la barca napoletana è assicurata nella baia di Calvi. Ieri, la gendarmeria si mette al lavoro mentre il Veduevidue viene fatto risalire in superficie con palloni galleggianti e gru e assicurato a una boa. Il mistero, però, ancora non è stato svelato: il proprietario è una società italiana che ha immatricolato l'imbarcazione a Napoli ma che non ne ha finora denunciato la perdita. Il pilota dello yacht, anche lui italiano, è sparito e gli inquirenti sembrano cercare piuttosto lui che non un vero e proprio equipaggio. L'uomo sarebbe stato visto in diversi locali di Calvi prima di sparire e l'inchiesta tiene conto delle ipotesi più varie, dalla fuga volontaria al rapimento, senza escludere l'aggressione dall'esterno dello yacht, magari in seguito a una lite. Gli inquirenti studiano alcuni buchi sul davanti dello scafo che assomigliano a fori di proiettile, e riflettono sul fatto che gli oblò erano aperti e manca tutto il materiale radio: dettagli che lasciano pensare a un'aggressione ma non fanno escludere, ad esempio, l'ipotesi di una simulazione magari con l'obiettivo di incassare il premio assicurativo. Ma, in assenza di qualsiasi elemento, tutte le ipotesi sul mistero del 'Veduevidue' restano valide (Ansa).


23/08/2009

Misterioso naufragio in Corsica per uno yacht italiano

Misterioso naufragio in Corsica per uno yacht italiano

 

Le autorità francesi hanno aperto un'indagine: escluso un incidente di navigazione. Trovata semiaffondata al largo di Punta della Revellata un'imbarcazione di 18 metri immatricolata a Napoli

 

AJACCIO (FRANCIA) - Un lussuoso yacht di 16 metri battente bandiera italiana e immatricolato a Napoli è stato scoperto semiaffondato al largo di Punta della Revellata, in Corsica. A bordo dell'imbarcazione, della quale emergeva dall'acqua solo la prua, non è stato trovato alcun occupante. Sulla chiglia ci sono alcuni fori che sembrano conseguenza di colpi di arma da fuoco. L'imbarcazione ha il nome di «Veduevidue» e venerdì scorso era stata notata da un gruppo di diportisti in un tratto di mare in cui il fondale arriva a mille metri. Il fatto è stato reso noto oggi da fonti vicine alle autorità francesi, che hanno aperto un'inchiesta.

IPOTESI - Lo yacht è stato rimorchiato in porto da un mezzo della gendarmeria marittima francese che lo tiene sotto sorveglianza in attesa di poterlo alare in secca. I sommozzatori dei servizi di soccorso hanno potuto constatare che gli oblò erano aperti e dalla barca erano stati portati via gli apparecchi radio. «La barca non è stata denunciata come rubata. Non abbiamo trovato alcuna traccia che faccia pensare che sia stata vittima di qualche incidente di navigazione - ha detto una fonte vicina agli inquirenti -. Stiamo esplorando tutte le piste, in particolare quelle di un assalto in mare o di un sabotaggio volontario per truffare l'assicurazione».


26/10/2008

In vendita il superyacht (kitsch) che appartenne a Saddam Hussein

In vendita il superyacht (kitsch) che appartenne a Saddam Hussein

Lungo 82 metri, è ora di proprietà del governo iracheno. Chi lo vorrà, dovrà sborsare 25 milioni di euro. Oro, argento tappeti sgargianti e abbinamenti di colori di dubbio gusto

 

 

 

 

 
MILANO - Nel corso degli ultimi anni i diversi proprietari gli hanno più volte cambiato nome, ma fino ad adesso non ha ancora trovato un vero acquirente. L'ex superyacht di Saddam Hussein, oggi di proprietà del governo iracheno e ribattezzato «Basra Breeze» la settimana scorsa è stato rimesso in vendita per oltre 25 milioni di euro. Quello che un tempo si chiamava «Qadisiyah Saddam» (dal nome della vittoria degli arabi sui persiani nel VII seolo D.C) e che dopo la caduta del dittatore iracheno divenne «Ocean Breeze» è una lussuosa imbarcazione di 82 metri, ricca di decorazioni in oro e argento, con marmi antichi e legno di mogano e secondo alcuni appassionati di yacht vale molto di più del prezzo richiesto. Tuttavia i critici più maliziosi affermano che a tenere lontani i magnati internazionali dal superyacht non è l'attuale crisi finanziaria, ma il suo stile kitsch e fuori moda

ARREDAMENTO DI DUBBIO GUSTO - Costruito in gran segreto nel 1981 nei cantieri navali di «Helsingor Vaerft» dell’omonima città danese, quest'imbarcazione è dotata di numerose stanze arredate in modo sgargiante e dotate tutte di vetri antiproiettile: molte delle camere sono piene di tappeti di diversi colori sui quali sono disegnati alcuni panorami delle città sacre arabe mentre nei bagni vi sono gli immancabili rubinetti d'oro. Nella principale camera da letto il pavimento di color blu convive con un baldacchino color rosa salmone. Anche nelle altre stanze da letto gli abbinamenti dei colori sono così improbabili e forti che, secondo il Times, è «davvero difficile immaginare che qualcuno riesca a dormirci». Anche se vi sono diverse saune e piscine, un eliporto e una sala da party che può ospitare fino a 200 persone, quest'imbarcazione è priva di una palestra, lusso a cui nessuno degli odierni supericchi sa rinunciare.

 
DA SADDAM AL GOVERNO IRACHENO - Saddam Hussein non passò nemmeno un giorno su questa monumentale imbarcazione, ancorata per 20 anni a Gedda sul Mar Rosso e più tardi a Nizza. Dal 1979, anno in cui conquistò il potere, il dittatore iracheno lasciò raramente il suo paese e fece solo qualche occasionale viaggio in Egitto. Una sola volta restò lontano dall’Iraq per diversi giorni e fu quando si trasferì a Cuba per incontrare l’altro grande nemico degli Stati Uniti, Fidel Castro. Tuttavia lo yacht fu costruito seguendo i precisi ordini di Saddam ed alcune stanze sono una chiara testimonanza delle due principale paure che ossessionava il dittatore: le malattie e la sicurezza. Sull'imbarcazione infatti vi sono due sale operatorie e un ambulatorio, mentre un autentico gioiello è considerato il passaggio segreto costruito per raggiungere un mini-sottomarino e sfuggire a eventuali aggressori. Per diversi mesi lo yacht è rimasto sotto sequestro preventivo, conteso in una battaglia legale tra il governo iracheno e «Sudeley», società delle isole di Cayman presieduta dal Re Abdullah di Giordania. La società si è considerata per alcuni anni la legittima proprietaria dell'imbarcazione sostenendo che Saddam le aveva venduto lo yacht prima di essere impiccato nel 2006. Siccome non vi era alcun documento che provasse questa compravendita, quando il governo iracheno ha sollevato il caso e ha fatto causa alla società, la lussuosa imbarcazione è tornata al suo legittimo proprietario che l’ha subito rimessa in vendita. Negli ultimi quattro giorni diverse agenzie hanno dichiarato che alcuni magnati internazionali si sono fatti avanti per supervisionare il «Basra Breeze», ma fino ad adesso nessuna reale proposta è stata fatta: «Il fatto che l'abbia posseduto un personaggio come Saddam Hussein può rendere più facile la sua vendita» dichiara Vesa Kaukonen, noto mediatore di Monaco specializzato nella vendita d'imbarcazioni di lusso. Meno ottimista la dichiarazione di un anonimo collega di Kaukonen al Times: «Sarebbe ingenuo nascondere che il mercato soffre di questo particolare clima economico. Tuttavia per adesso le vendite dei superyacht continuano ad essere solide».

 


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